giovedì 30 aprile 2015

RACCONTO BREVE: L'IMMANENTE, 2014, GENNAIO 2015.





L'IMMANENTE






Io, appena sbarcato come uno dei tanti profughi provenienti dall'Africa, sulle coste italiane. D'improvviso solo, tra la moltitudine informe di corpi d'anime sconfortate dal panico ormai assuefatto come ogni altro tipo d'emozione, in preda solo alle sensazioni contingenti che guardano solo alla mera sopravvivenza.
Sbarcavo proprio ora, ove la mia ombra contava più del mio corpo, poiché sotto quel sole chiaro di Sicilia ero veramente certo che esistevo ancora, almeno il mio corpo si muoveva sulla terraferma. L'acqua, subito l'acqua mi diedero nella bottiglietta e lentamente provai il piacere assoluto di possedere l'oro liquido più importante del mondo, ero nuovamente ricco si, ricco della vita; certezza ineluttabile, anche il mio sguardo si fece più nitido e sempre lentamente, mi resi conto del caos e della confusione irrefrenabile delle voci che non avevo mai compreso durante tutto il viaggio e che quindi mi balenavano, attraverso la vista dei disperati che ancora erano accesi dalla salvezza, concepita come un'orgia di gioia selvaggia. Leggermente mi resi quindi più cosciente attraveso pure l'udito, che prima assurdamente non si era reso conto del frastuono assordante delle centinaia di voci ed urla che tutte insieme si erano messe in moto e che effettivamente evidenziavano la tragedia alla quale eravamo stati succubi passivi.
Ma ecco, camminavo e il suolo non mi ricordava la nullità dell'esistenza e dei movimenti, mi accoglieva invece nei passi che riuscivo già a contare: non so come, ma appena conscio della mia consistenza, forse la pressione sanguigna che si riassestava in un corpo col sangue ancor troppo misero per veicolare col suo carico di sostentamento, svenni miserabilmente, perdendo i sensi entro l'immenso bagliore di luce come se il sole fosse dentro di me. Al risveglio, mi ritrovai su un lettino, in un campo profughi sicuramente, ma ancora non riuscivo a distinguere chi mi stava accanto; una flebo mi allacciava alla necesità del caso, il ricovero. Sentivo il brusio lieve di voci troppo appiccicose alla mia flebile cognizione mentale, ero di nuovo tra gli esuli, quello era sicuro; di più non volevo sapere, pensare mi innervosiva e la debolezza preferì riaccogliere il riposo nel sonno; almeno ero sempre acceso col mondo, quello l'ultimo bagliore del pensiero prima di addormentarmi nella monotonia della mia debolezza.
Quando ripresi pienamente coscienza di me stesso, dei miei muscoli e delle mie facoltà mentali, era passata quasi una settimana e potei innazitutto ringraziare, almeno, chi mi aveva aiutato ed era così disponibile ad accudire dei mezzi moribondi come quelli nel mio stato: infermieri, medici, forze dell'ordine e volontari in genere. Passeggiavo in questa sorta di campo di soccorso verso l'esterno del grande capannone entro il quale ero stato medicalmente assistito, respiravo un'aria che potevo finalmente considerare a misura d'uomo, quando uomo potevo esser riconosciuto per la mia condizione di ritorno alla normalità. La passeggiata non era noiosa poiché la cosa che mi dava maggiormente soddisfazione era il fatto stesso che potevo camminare, verso o entro una direzione netta, con le mie gambe decise e sicure di non trovar ostacoli e pienamente capaci di essere coerenti con la mia mera volontà d'azione funzionale del mio fisico, altero e non debilitato. Passò un'altra settimana ed il mio corpo riprese le sue facoltà e mi rimisi in discrete forze, ma intanto che le giornate trascorrevano in questo stadio di terapia riconoscibile e palesemente sociale, una certa noia e monotonia si innestava in quell'animo rimasto assente o sospeso dalla stasi dell'agonia del naufragio collaudato, sorbito durante quella traversata naufraga e sventurata da profugo d'oltremare. Riconobbi in me anche una certa ripresa del motore della coscienza, un'accento remoto della mia personalità tornava ad identificarmi come persona in grado di poter riflettere e giudicare; ero nuovamente in grado di ragionare e valutare le cose, i fatti, il paesaggio attorno a me. Il mio reintegro per il momento solo ambientale con la terraferma in uno stato formalmente libero ed a misura d'uomo, mi concedeva una possibilità di riflessione sula mia possibile condizione di neocittadino, in uno stato appunto che mi ridava dignità e magari diritti civili, se non politicamente attivi. In realtà io appartenevo già a quello stato, ma, durante un viaggio di lavoro in un paese del caldo africano, circostanze avverse allo stato di diritto delle mie libertà, mi avevano costretto ad andarmene, a fuggire da una condizione di regresso politico a causa di un conflitto bellico sorto all'interno di tale stato. Quindi mi ero imbarcato assieme ai profughi, che non avevano certo il mio stadio sociale e culturale, ma che per ragione contingente cercavano aiuto e salvezza dalla situazione socialmente terribile in atto. Velocemente, senza riflettere e reperire i nostri beni, anche i più essenziali, come persone eravamo tutti uguali su quel barcone sciagurato e condotto da scapestrati di passaggio, non molto più rassicuranti della gente in armi del paese ove si combatteva. Ora il peggio era passato e mi ritrovavo nella mia nazione d'origine, ma non avevo più documenti, nome riconoscibile al momento, anche se ora che ero in grado di intendere e volere avrei certo potuto farmi riconoscere e rintracciare le mie posizioni ed il mio status integrante d'appartenenza. Al momento i gendarmi ed i funzionari non avevano ancora rintracciato le nostre generalità, cercando di poter essere sicuri del nostro completo reintegro fisico e salutare: avrebbero ancora preliminarmente accerertato il nostro stato immunologico alle vaccinazioni primarie e la presenza di malattie contagiose rilevanti. Nel pomeriggio assolato del venerdi della seconda settimana la passeggiata era serena e decisa con una cereta freschezza delle forze e del benessere sensitivo come mai non avevo provato da prima dell'avvento della drastica sventura. A primo impatto mi tornarono dei ricordi inconsueti e mi sbalordii di tale capacità del mio intelletto. Mi vennero in mente delle situazioni analoghe di reietti sociali ai quali era capitato di ritrovarsi in un paese al quale non poteva essere in grado di appartenere pienamente: due casi tratti dal repertorio letterario, di libri che avevo sicuramente letto in un passato che pareva addirittura amenico or ora; si trattava del personaggio dello Straniero di A. Camus e di quello di quello dello scrittore russo ottocentesco, F. Dostoevskij, Delitto e castigo. Mi parevano certi sia titoli ed autori, si, ma il ricordo impulsivo mi diede modo di capire che aveva una constatazione sulla condizione mia attuale, di certo. Capii che appena uno vive la reale condizione di straniero, di non appartenente ad una nazione ma ad un'altra diversa, si trova necessariamente ed ineluttabilmente a vivere una situazione di essere che commette una colpa, che offende l'appartenente a quel luogo e che non ha motivo per entrare ed usufruire dei diritti ed opportunità di chi è già membro di quella terra. Uno straniero insomma è sempre colpevole, di cosa non sapevo decifrarne il motivo, logico o reale, storico forse; e di tale misterioso e mai assurdo reato doveva possederne una colpa reietta, mai assimilabile da un individuo sicuro della sua appartenenza al luogo, culto dell'origine di un certo popolo consolidato. Sarà l'impatto emozionale dell'istante, credo di no, il tempo ci rende estranei in quanto forestieri e ci accompagna mal volentieri, ci raccomanda e sottolinea le nostre carenze di similitudine nei confronti di chi è già ambientato e riconosciuto come cittadino e persona nello stesso istante e continuamente. Siamo le invarianti esterne, non apparteniamo al gruppo omogeneo anche se ne occupiamo le stesse circoscrizioni geografiche, addirittura. Ed in effetti provavo inconsciamente una simile angoscia della colpa, mi rendevo conto anche che se io ero conscio di ciò, chissà come avrebbero dovuto sentirsi gli altri profughi che possedevano pure una diversa etnia nelle condizioni di disperato e solo bisognoso della prima e completa assistenza umanitaria. Fortunatamente al momento ero tra i più vigorosi e pensai che effettivamente nessuno era nella condizione di poter già riflettere, se non al mio grado, anche solo della propria consapevolezza sulla condizione esistenziale al presente, sia come individuo, sia come gruppo di emigrati della disperazione. Ed il fatto poi di sentirsi responsabile in tal modo come straniero era poi già una debita constatazione di vivere una condizione di prassi dell'accettazione, era il castigo dovuto? Non sapevo rispondere a queste domande che mi rivolgevo nella mente, ma che la mia coscienza imponeva prepotentemente al momento.
Essere profugo è quindi essere colpevole di un delitto, l'uomo in fuga dal destino come nel personaggio di Camus e l'uomo in fuga da se stesso e partecipe di un mondo assurdo che non crea nulla in pro e contro alla condizione di colpevole era il personaggio del grande scrittore russo. Non mi rimaneva che sapere quale fosse il mio destino ora, o se il mio destino era collettivo, in quanto complice di altrettanti esseri della mia stessa condizione. Ed infatti, la settimana dopo venni a sapere che i più prestanti fisicamente di noi venivano selezionati rispetto ai malati o quelli in condizioni di ricovero prolungato. Saremmo dovuti esser presenti al piazzale verso le dodici, ora in cui ci avrebbero fatto mangiare diciamo con un pranzo al sacco fornitoci dall'ente di stato preposto e verso l'una avremmo dovuti salire su dei pullmann per un numero di quaranta persone ciascuno, per un complessivo di dodici autobus. Comunicò infine che i destinatari avrebbero raggiunto dei luoghi di lavoro strategici per lo stato in cui eravamo ospiti, ma come tali avremmo dovuto collaborare a sentirci partecipi della nostra utilità come gruppo d'emergenza, poiché esistevano dei lavori d'emergenza altrettanto caparbi nell'essere affrontati e che solo la nostra immanenenza sarebbe stata in grado di poter risolvere d'impatto delle problematiche urbanistiche già presenti nel paese e non risolvibili con la politica dei gogerni e del governo attuale.
Io venni subito accettato e mi fecero solamente un prelievo sanguigno, a me e gli altri scelti, per accertamenti preventivi di malattie infettive. L'esito l'avremmo saputo dopo le nove dell'indomani, ma nell'operare garantirono certezza e fiducia a priori. Il giorno seguente, alle otto, dissero che tutti i prescelti sarebbero partiti il giorno successivo, poiché molte delle analisi non erano ancora pronte; e così fu. Ma la giornata fissata si rivelò sicura questa volta ed io ero nel piazzale alle dieci, con l'esito certificato della mia condizione di salubrità fisica alla mano. Il piazzale mi pareva enorme alla vista, la recinzione agli estremi del campo visuale pareva minuscola e molto più lontana del dovuto, sotto la canicola che faceva tremolare le maglie metalliche dipinte di bianco. Il sole era forte, l'aria secca e una flebile brezza, che ci accarezzava i vestiti ed i capelli, proveniente dal mare, ancora. Il sole ci offuscava la visuale, il cielo, come in mare, ci pareva talmente pieno di luce che i nostri occhi vedevano costantemente come una calotta nera, su in alto, nera come le ombre nette tra i colori accesi, nera come un temporale perenne ed imminente: questo il paesaggio e la sosta del piazzale toglieva il sole dal senso del tempo, lasciandoci in un aura che, inconsuetamente, mi richiamava le vicende dei popoli della grecia arcaica, i quali fecero tutta una metafisica dei fenomeni della realtà, per poter ammettere di controllarla.
Gli autobus arrivarono, ci caricarono ordinatamente e ci condussero verso una meta che ancor non ci fu chiarita, se non puntualmente spiegata per dar un senso alla nostra occupazione ed impiego di reintegro socialmente efficace. Durante il tragitto il vociferare riguardo ai dubbi della nostra sortita fu notevole, ma io rimasi silenzioso e concentrato, sicuro che la spiegazione esaudiente sarebbe ineluttabilmente giunta col tempo debito ed opportuno. Intanto avvenne la promessa pausa pranzo; ovvero vi fu una sosta dei mezzi e a noi, seduti al posto, ci vennero forniti sacchetti azzurri contenenti il cibo del pranzo, ai quali poi, ordinatamente addetti al personale nostro provvidero ad aggiungere mezzo litro d'acqua in bottiglietta plastificata. I medesimi continuavano a ripetere che, a fine pasto, dovevamo conservare sacchetto e bottiglia fino a destinazione.
Questi sopravvenne, già nel tardo pomeriggio, scendemmo e a flotte di quaranta fummo radunati in drappello e ci fu data l'attesa comunicazione del nostro impiego: eravamo in provincia di Messina, dovevamo mettere in sesto un luogo simbolo del territorio in dissesto, ove la terra argillosa era eternamente in movimento franoso e le alture resilienti a causa dei movimenti sotterranei. Dovevamo risolvere un luogo simbolo, per dare l'idea della potenza di assesto e dominio dell'intera zona territoriale da parte dello stato, attraverso il successo dell'impiego della nuova forza lavoro quale unica soluzione possibile per il nostro reintegro e l'immagine solidale del popolo che ci accoglieva, trionfalmente e con senso di gioia e amicizia. Si trattava di una chiesa, la quale durante i movimenti longitudinali del terreno, si stava letteralmente aprendo in due come una mela. Il parroco, ci dissero che aveva abbandonato la sede e presiedeva il centro della nostra accoglienza ed il luogo di ristoro, in prefabbricati poco distanti dal centro storico, in luogo piuttosto sicuro dalle strane dinamiche geologiche. In pratica, dovevamo letteralmente sotterrare la chiesa entro una cinta quadrata, sulla quale poi avremmo dovuto erigere una piramide che avrebbe inglobato la volumetria del fabbricato religioso, anche se settecentesco d'origine. L'involucro sarebbe stato in blocchi squadrati di pietra locale, mentre l'interno doveva costituirsi con semplice interramento. In cima al solido regolare infine avremmo dovuto erigere una croce lapidea con un'anima metallica. Non ci dissero nulla sulle dimensioni metriche e sulla forma della croce, per noi doveva essere una croce e basta, senza chiarire motivazioni eventuali. Io immaginai subito una croce cristiana, ma poi non feci caso alla sua forma, poiché l'intera costruzione mi pareva assurda; avrebbe si fornito, tutto questo progetto, dell'impiego lavorativo alla necessità probabile di reintegro sociale della nostra condizione di profughi come manovali edili, effettivamente. Ci fornirono tutto il materiale ed attrezzature edili necessari, mentre alcuni operai qualificati ed in regola del luogo erano in grado di movimentare le macchine escavatrici. Il lavoro procedette, ovviamente non si trattava di contratti poiché a noi veniva offerto, dal parroco, vitto ed alloggio con tanto di servizi per l'igiene della nostra persona. A noi andava bene tutto ciò, non avevamo nulla da perdere ancora, semmai da guadagnare. In circa tre mesi completammo l'opera e fui proprio io, oltre altri due di supporto, ad essere incaricato quale l'addetto alla posa in opera finale della croce, forse perchè chi dirigeva il cantiere aveva visto di buon grado la mia voglia di lavorare, rispetto agli altri. L'idea di questa ultima manovra esemplare non mi diede un senso di soddisfazione, ma neppure sconforto: era comunque un gesto, crudo e definitivo, secco e decisivo, per sancire l'inizio e la fine del nostro impiego; ovvero valeva per chi ci comandava poiché ci accoglieva, questo bastava. Io ero semplicemente l'essere immanente di ciò che dal nulla, diventa, è un giungere a punto di una questione, la questione della nostra condizione, mia e al tempo stesso di tutti, senza ripensamenti e riflessioni. Dovevamo essere, per la gente del posto, la vera forza d'avanguardia della società. Attraverso quella soluzione definitiva della struttura edilizia risolutiva, la purezza d'immagine dell'efficace ripristino dei sopravvissuti venuti dall'estero, da un mondo ostile, nutriva lo splendore del mondo pacifico accogliente, che poteva celebrare la vittoria della civiltà rispetto all'oppressione dei fuggitivi da parte dalle nazioni ostili e terribili. L'erezione della croce doveva essere effettuata all'indomani, ovvero la domenica, mentre il parroco avrebbe celebrato una messa poco dopo, in nostro onore. Attualmente potevamo goderci un giorno di riposo completo, mentre dopo il pranzo vennero annunciati i prossimi lavori ai quali dovevamo essere impiegati.
La mattina giunse ed io, assieme a due aiutanti, trafissi la cima collocando quell'incrocio tra due segni, con un gesto piuttosto rapido e deciso, collocai l'innesto di due aste, il simbolo più antico del mondo della risoluzione conflittuale.Proprio così, due segni, uno contro l'altro, l'estrema sintesi dei linguaggi, di tutti i linguaggi comunicare, anche il nulla, ovvero quello che potevamo fare noi nella nostra condizione; l'atmosfera rarefatta dell'altura, la calura secca, lo sforzo immediato e tenace ma breve delle mie braccia all'opera, trafitte da una lieve brezza di vento, molto più presente di me in quella posizione. Scendere subito, prepararsi alla ripartenza, senza elogi, senza partecipare alle commemorazioni cittadine. L'indomani eravamo già sullo stretto e ci imbarcarono in dei cargo merci nella stiva a cielo aperto: un giorno intero stipati li dentro, in compagnia di un cielo azzurro quanto lo era stato quello del mondo prima di Colombo. Sbarcammo in puglia e poi subito, via sui pullmann per la destinazione, ancora non comunicata. Un'altra giornata, il viaggio notturno ci fece perdere la cognizione di luce e notte; a mattina, in un luogo imprecisato, ci dissero solo che tutta l'attrezzatura, vitto ed alloggio erano già pronti per noi. Il lavoro, quello sicuro, era nuovamente di erigere un'altra piramide come la prima per le modalità costruttive. Si trattava di un capannone industriale dismesso e chiuso su tutti i fronti, anche le finestre erano blindate, anche se malamente. L'enorme blocco cubico, stagnante nella ruggine delle lamiere di riporto nelle aperture, era maggiore di dimensioni rispetto alla chiesa. Ma, dato che non presentava sporgenze e spioventi, ci dissero allora che era più agevole da realizzare: si trattava di un deposito di scorie industriali, diossina o materiale radioattivo, quello nno importava, importava il nostro impegno procace nella chiusura muraria. Da li a poco infatti, quando avevamo già gli attezzi in mano, senza tanti dispositivi di protezione come le scarpe antinfortunistiche, ci giunse l'elegio pubblicamente emesso dal sindaco, il quale inneggiava al mitico intervento della provvidenza dei migranti, i soli capaci di sovvertire un'ordine impervio da parte dello stato a fronte della risoluzione del problema dell'eliminazione dei rifiuti delle vecchie industrie, in un'epoca dirette dallo stato medesimo. A noi non importava nulla in ogni caso ed affrontamo il lavoro secco e duro come la nostra condizione di rifugiati senza diritto e senza patria definibile. La cosa che mi stupì però fu che, a fine opera, si provvise ad erigere nuovamente una croce sulla cima; non importava se cristiana, ma pur sempre una croce e fui scelto sempre io tra gli addetti. Allora mi dissi che si, era vero, indicava proprio la brutale e grezza soluzione finale di un problema, il diretto segno ad incrocio tra due aste tese e mute. Così fu. Poi solita mezza giornata di pausa nelle baracche stagne e piene d'afa, nauseanti già verso il fine pomeriggio.
L'indomani ripartenza, altra destinazione sempre in puglia, altro edificio statale dismesso da blindare con la solita piramide lapidea, stavolta un depuratore mai entrato in funzione; e sulla sommità sempre io a deporre la solita croce anonima, ma pur sempre una croce. Verso il fine settimana ormai, ultimata la terza meraviglia egizia, ci preparammo ad un viaggio più lungo per la prossima destinazione: l'abruzzo, e ci fu detta la destinazione, L'Aquila. Dissero che il nostro sforzo era lungo ed arduo, ma che solo noi eravamo in grado di mantenere un impegno così arduo ed importante, quello di ricoprire l'intero centro strorico sottoposto a zona rossa, con l'ennesima monolitica e imponente più che mai, immensa piramide. In quell'occasione non si presentò nessuna personalità importante del luogo, sindaco o membri delle giunte, poiché la nostra impresa doveva essere d'esempio a sorpresa per l'intera nazione.
Io, piuttosto preso da un senso di sgomento primario, a proposito dell'opera monolitica, chiesi ad un addetto al soccorso se anche questa piramide doveva portare una croce sulla sommità, come le alte eseguite da noi rifugiati. Mi rispose di si e che sarebbe stata alta almeno quattro metri, ma questa volta era una croce cristiana, ma che il materiale non era specificato.



domenica 12 aprile 2015

RACCONTO MOLTO BREVE. LA SUPERBIA, 2014.


LA SUPERBIA










Che senso ha oggi raccontare? Questa era la domanda che il professore di italiano e storia osava ancora ripetere ai propri alunni durante la lezione. Solitamente cercava di interagire con loro ponendo queste domande, che apparivano ambigue ed insolite e confermavano quella leggera afasia che contempla ogni ragazzo che segue una lezione di avvenimenti sul passato, rispetto alla noia soffocante che tutti abbiamo provato pensando a chi ineluttabilmente deve sempre, essere ricordato. Ma quella volta il docente non mollava e si ostinava a fare domande consimili, cercando di iniettare nel cervello quella sostanza né dolce e né salata che non è mai stata digerita: che senso ha il racconto del passato o del futuro, se il presente non assomiglia a nulla? Tentò, il professore di introdurre la riflessione di un autore mai inseribile nei programmi convenzionali, ossia Dostoevskij e introdusse alla trama del romanzo L'Idiota. A suo rischio e pericolo della partecipazione umoristica, descrisse quell'individuo inetto alle decisioni delle circostanze della vita e di come in molte pagine si definissero questioni monotone e minuziose di ennesime azioni di dialoghi tra individui soli e spenti, apparentemente privi di poter decidere, privi di un potere operante e decisionale. Che senso poteva avere un testo simile, altra domanda. Il bisogno di comunicare, anche ossessivamente, era una necessità sicura dell'autore, ma per noi, a che scopo è rivolta una simile storia inconcludente? La risposta del professore fu:<<Il romanzo, il rappresentare una scena di vita, qualsiasi, anche pedante, rivela la natura del bisogno di scrivere: bisogna abbattere la superbia che è in noi stessi; ecco il modo per reprimerla>>. Poi aggiunse: <<Lo scrittore russo non sapeva chi avrebbe negato il diritto di esistere, avere documenti, essere chiamato per nome, essere nobile anche senza un titolo o un riconoscimento collettivamente riconosciuto: quando si impose Lenin tutto ciò ebbe inizio, come anche la più grande negazione al diritto di scrivere, di scrivere della memoria anche del proprio nome. Dostoevskij guardava al futuro della propria nazione e vedeva la fine, tragica, della storia e del diritto di averla, del bisogno instancabile di scrivere per sentire non solo la propria memoria viva, ma essere fieri anche della propria carnalità.>>. Gli studenti stupefatti, stranamente ascoltavano ammutoliti. Uno disse: <<Ma chi era questo Lenin?>>, la risposta immediata d'altra parte:<<L'argomento di questa lezione, ragazzi!>>. Il professore soddisfatto continuò:<<Che dire di questo politico, semplicemente che oggi è ancor presente nell'anima delle politiche delle nazioni poiché il suo corpo è stato imbalsamato entro un mausoleo a Mosca>>. Un allievo subito aggiunse: <<Ecco perchè tutti i politici son delle mummie, sono degli autentic str..>>. Fu interrotto ovviamente e l'insegnante proseguì quella condotta del discorso ricorrendo ad un esempio. Pensate per un attimo, per farvi capire cosa vuol dire adulare anche indirettamente, ma con la retorica politica, una mummia si, esatto, imponendo la superbia, fedele solo ad astratte ideologie collettivistiche, simile a quella dei faraoni: la ditta di porcellane ancora in stile settecentesco, Ricard Ginori, ieri ha chiuso i battenti, mandando a casa millecinquecento operai. Pensate adesso alle statuette degli artisti oggi più in vista e presenti alla prestigiosa Biennale di Venezia. La domanda è questa: come mai una ditta così esperta chiude una produzione di statuette con putti settecenteschi, adesso, nel Duemila? E come mai artisti, che confessano di operare attraverso l' Arte povera, riescono a vincere un leone alato ed a vendere una statua di un palloncino gonfiato in forma di cagnolino ad una cifra di otto zeri di dollari?
All'improvviso qualcuno rispose:<<Bisognava fare i putti con la testa di quel Lenin!>>.


Marcello Della Valle, 2014.

RACCONTO BREVE. VISIONI NOTTURNE, 2014.





VISIONI NOTTURNE



La notte si spegneva, così come lasciava presagire il chiarore della sera nella via del centro illuminata: a parte i lampioni e le insegne, era proprio il chiarore del cielo invernale che rifrangeva verso i nostri occhi la luce respinta dalle nubi addossate al suolo, così come il presagio della neve era imminente, nel suo riflesso aranciato e pesante, ma che racchiudeva l'orizzonte entro i palazzi della grande strada pedonale in una rasserenante ampolla iridescente del paesaggio urbano. Così era anche il passo affannato e pesante che mi accompagnava il freddo, che da questo piccolo mondo socchiuso era l'elisir, emanato per avvolgere ogni visuale e che invitava a mangiare l'aria fresca e densa della sua presenza. La luce di quel cielo era talmente uniforme che la prospettiva in lontananza pareva più vicina, tutto era dominato da quella luce pesante di freddo e incantata dall'incessante metafisica del presagio della neve addossata a quella cupola del cielo, che poteva di certo dominare ogni nostra funzione apparente, pronta a scendere. Pensai di recarmi al caffè, l'amaro sapore del caldo avrebbe alleviato la tristezza appassionata dei brividi che già si avvicinavano sotto gli indumenti pesanti e inumiditi. Era veramente piacevole, pochi sorsi per scoprire il senso del calore e farlo avvicinare; quel poco che bastava per riprendere di nuovo il cammino.
Nonostante l'affanno, procedevo spedito per recarmi, come di consueto, alla messa delle sei pomeridiane, non badando neppure al fatto di poter essere in ritardo; la puntualità era secondaria al mio senso di fede e raccoglimento, un ritrovo assorto alla contemplazione, tra parole fatte di sintagmi e silenzi corali, la mia mente riposava nell'intimità del pensiero. Mi sedetti accettando la quiete e la postura della devozione: il fatto che mi recassi a messa puntualmente era in realtà dovuto ad un desiderio di potermi rilassare tra la mente ed il corpo, sapendo che l'unico inquilino del pensiero era immensamente grande e magniloquente, quindi potevo esser certo di rinfrancarmi i pensieri lasciandoli liberi di autoconvincersi della loro immensità di un dialogo verso l'irraggiungibile, quindi anche rilassante; forse anche più piacevoli del dormiveglia prima del sonno. Una ragione materiale della mente era l'unico peccato bianco al quale, pensavo, almeno il Signore avrebbe accolto e tollerato: si, era l'unico modo possibile di essere liberi e allo stesso tempo socialmente partecipi, era un momento di fede e basta anche quello. Non che non fossi credente, ma interloquire disinteressatamente con la presenza delle santità, simboleggiate dalle statue e dai quadri religiosi, era egualmente un buon segno di partecipazione, anche alla messa. Anonimo credente nell'insieme dei fedeli consapevoli di una conoscenza superiore, ecco una sicurezza, ecco il rilassamento mistico che ricevevo in cambio.
In particolare, risultavo attratto più o meno consapevolmente da un trittico dipinto; per il fatto che quando mi sedevo mi posizionavo sempre in presenza, o quasi in compagnia, dei tre santi raffigurati che, con il loro sguardo austero ma malinconico, pareva mi invitassero dall'aurea celestiale della loro espressività attraverso il loro volto, che realmente generava nell'immagine delle fattezze umane, un sentimento di magnanimità e misericordia al di là della presenza terrena. Forse perchè invece ero io che provavo una sorta di pietà nei loro confronti, nella loro immagine di santi e persone consapevoli solo della comprensione della sofferenza, tendevo a sedermi lor vicino per osservare ogni tanto la loro postura e costume, oltre alla serenità che l'evanescenza celestiale scaturiva dall'umiltà complessiva della loro personalità raffigurata, sicura e sincera, semplice.
Il primo a sinistra era S. Giuliano, nei panni del legionario romano, il seguente S. Francesco d'Assisi, il terzo S. Gaudenzio il vescovo. Dipinti a figura intera e entrambi composti nell'isolatezza della scena, separati da una cornice lignea che fungeva da colonnina di una trifora d'insieme che li conteneva.
In realtà loro mi assicuravano la compagnia, poiché la solitudine, se accompagnata dalle immagini, mi risultava vinta in partenza; non piaceva neppure a me sentirmi solo, credevo innanzi al tempio di non sentirmi solo e la sola presenza di chi non avrebbe mai potuto o voluto importunarmi era lecita dalla bontà dei santi: almeno loro, almeno loro, sapevo che mi concedevano questo bisogno di ritrovo e d'attesa contemplativa del riposo confortante e leggero nel silenzio dolce. L'incenso era squisito, esotico e, lontano dal tempo, nell'oscurità calda della chiesa, accompagnava attraverso lo sguardo sospeso nella fissità del corpo verso l'idea stessa dei mondi ultraterreni, di certo possibili in questa atmosfera di presagio raccolto. Tutto ciò mi capitava e coglieva in questi momenti di ingresso e sosta nel tempio. A volte sostavo poco, a volte quasi una mezzora; a volte mi intrattenevo nelle funzioni e nella messa, che non seguivo e quasi non ascoltavo, tutto preso dal mio egoismo interiore che era realmente però quanto avrei potuto chiedere d'aiuto in quel luogo sacro e che, in ogni caso, pretendevo dentro di me. Se rimanevo assopito era poiché riposavo anche le membra, se rimanevo assorto a lungo una stanchezza leggera prendeva il sopravvento e mi rendeva piuttosto afatico, mi accontentavo della contemplazione sensoriale e della sicurezza dei miei semplici pensieri fissi riguardo al luogo ed al mio senso di fede, come di rifugio forse dello spirito, ma sicuramente della mia mente che poteva spegnersi senza i bisogni umani comuni; primo tra tutti, il sonno e le sue possibili conseguenze circostanziali. Non so neppur io effettivamente poiché avevo bisogno per riposarmi, di recare proprio in chiesa; ma per automatismo, la cosa giusta era solo quella, credevo: poi pensavo quel poco, in quel luogo, sempre alle stesse poche cose, chissà. Anche il mio animo, dal momento che ero consapevole che era una delle poche volte che veniva chiamato in causa, si comportava allo stesso modo? O era solo per contrastare l'ansia della solitudine, vero male al quale ero sottoposto, giornalmente, quasi fosse un piccolo incubo a ciel sereno in maniera imperturbabile e mi avvinghiava nel suo non mondo, fatto di attesa iniqua, anche se mai oppressiva e contrastante le mie azioni. Il mio tempo libero infatti, finiva li, il tempo delle mie uscite ultimamente era segregato solo a quello, passeggiata caffe chiesa; e non riuscivo a rinfrancarmi in qualche conoscenza, in qualche discussione che potesse credere in sicure amicizie. Ormai non possedevo neppur la certezza che qualcuno potesse considerarmi ed i pochi amici, coi quali potevo uscire ed ero uscito assieme, li consideravo persi e delle semplici piante che se non le annaffi non rifioriscono, non ti riconsiderano nel calore della luce con i bei colori.
Dopo il mio lasso di tempo di questa pausa pubblica uscivo e mi apprestavo al ritorno a casa, tanto che la sera era imminente come l'ora della cena da preparare. Non ero sposato, questo il mio dramma concreto e pesantemente dedicato a coinvolgere e condizionare la mia vita e le mie relazioni sociali. Ero solo e mi accontentavo così, passivamente. Andai poi a letto, dopo una lettura spezzata di un bel libro la cui trama non mi avrebbe mai pienamente coinvolto, poiché leggevo per conciliare il sonno, un sonno che era ben cosciente che non avrebbe mai potuto essere di compagnia in un letto. L'unica riflessione che feci era di natura critica: mi chiesi poiché gli scrittori si rivolgevano alla qualità dei lettori: perchè si scrive per gli anarchici, i socialisti, i conservatori, gli atei, i religiosi, ovvero poiché si scrive in virtù del compiacimento della passione di un genere predisposto. Perchè gli scrittori non scrivono con animo aperto esprimendo le emozioni e le sensazioni, almeno nei romanzi, come ad esempio Ivo Andric', senza badare alle distinzioni di classe del pubblico? La questione mi rattristava, un'emozione a me poco sconosciuta, vista la mia condizione. Sapevo di dormire solo, senza il tepore e gli aliti del mio sesso opposto, semplicemente solo con le trame monotone, infinite del tessuto pacato delle lenzuola. La stenchezza era forte e mi addormentai subito questa volta.
Il trasalire inesorabile del vortice del sonno nella mia stasi mi condusse al limbo del sogno, a quel luogo di tramite ove le immagini ritornano, in una realtà parallela; questa volta era uno vero per l'inconscio. Un piazzale di lastricato in pietra grigia, così come le statue di una fontana centrale ove dalla vasca di mezzo, circolare, emergeva un altrettanto podio circolare. L'aria tersa, cerulea e il paesaggio circostante era indefinito, avvolto da una nebbia pesante ma calda, ove non si percepiva il freddo, come un'oasi eccelsa tra i menadri delle tragicità climatiche dell'inverno. Sostavo appresso alla fontana, dalle acque dolcemente emersero due figure, noncuranti della fisicità delle acque: una, maschile, con la carnagione ed i vestiti color indaco; l'altra femminile, le cui tinte per abito e pelle erano cremisi. Entrambi portavano una camicia sbottonata, lui i pantaloni, lei una dolce gonna a ruota. Cominciarono a ballare in un silenzio irreale, i loro movimenti parevano esser noncuranti di ogni sorta di sforzo fisico; la loro leggerezza era paragonabile ai gioiosi giochi d'acqua della fontana. Anzi, sotto la luce, i loro corpi assumevano una inconsistenza quasi trasparente e vitrea, senza consentire la visione di ciò che gli stava dietro, dato che era la luce stessa che si rifletteva vibrante dalle loro membra in movimento. La cadenza del ballo era piacevole ed armonica, l'espressione dei loro volti era pacata; roteavano attorno a me senza toccarmi, io mi voltavo a guardarli e loro sfuggivano ancora nelle sinusoidi avvolgenti delle movenze, seguitanti una musica che non coglievo, sapevo che era presente come suono, ma impercettibile al mio udito ed alla critica emotiva del mio intelletto. Immobilizzato e potenzialmente impotente di alcun slancio che non fosse il loro nella danza, rimasi a guardarli, ma la visione si accompagnava ad un senso di rilassamento sensiale e piacevole, in un sonno ad ochi aperti mai sofferto nel corpo. Ad un certo punto capii infatti che la stanchezza pareva sfanire al sol loro sguardo, il loro balletto etereo era un elisie capace di rendermi immune da ogni senso di sforzo, sia nella percezione, sia nella tensione effettiva dei muscoli. Loro erano il cielo che era sceso a felicitarsi della mia esistenza, un omaggio divino alla mia presenza, ero il centro dell'attenzione del luogo pubblico ovvero il monumento vivente effettivo al quale la piazza stessa omaggiava la personalità esemplare.
Come erano belli nella dinamica del loro colore così pieno di passione e d'animo della loro essenza umana. Loro, silenziosi e dal sorriso delicato e lievemente patetico, continuavano il vortice della danza e armonicamente procedevano verso gli zampilli d'acqua, sino alla fonte dell'effluvio, entro la quale si immersero, inconsistenti ed eterei; i loro colori assoluti si stemperavano nelle variazioni della tinta, quasi fossero loro la reale sorgente fluida, quasi che le loro carni fossero il filtro cromatico che non svaniva, ma si espandeva. Le due tinte, unite assieme dai corpi, non si mescolavano e d'un tratto avvenne che esse si espansero in modo che l'indaco avvolse tutto il paesaggio terreno, mentre il cremisi si occupò di espandersi in tutto il cielo: ovviamente ciascuno in indefinibili variazioni chiaroscurali nella modulazione della loro tinta. Bellissimo, questo paesaggio perdurò per alcuni secondi, giusto il tempo di farsi apprezzare dalla percezione in vista, ma subito dopo tutto svanì ed il sogno si interruppe in un requiem bigio ed assente; sino al mio risveglio.
Vivevo solo, da tempo; ero in pensione da poco e i soldi bisognava certo farli bastare per il mantenimento e le spese, come si sa, lo stato non sorride a chi ha lavorato realmente per una vita, come un tempo lo furono i braccianti, ero stato un artigiano. Penso di non aggiungere altro, quelli che facevano il mio mestiere oggi ancora neppur sapevano se la gentile concessione statale fosse mai arrivata, a tempo e debito di anzianità stabilita per legge. Stare solo era pesante, in un alloggio sempre freddo e monotono, ove il silenzio è l'unico decoro di una vita spenta dalla presenza di un sol essere. Per il resto, ero solo un cumulo di tasse, spese condominiali, affitto, spesa al discount. Sostavo ancora a letto ed il tepore dava un senso agli occhi appannati tale che tutta l'atmosfera del mio essenziale domicilio di giallo ocra alla penombra, delle persiane ancora chiuse, nonostante gli sprazi di luce diurna tentavano di prevalere all'oscurità; era mattina presto e dopo questa pausa rafferma infine mi alzai, vestii e preparai per il nuovo giorno. Oggi era domenica. Un sole pallido imputridiva il paesaggio spento dell'inverno, sottolineando solo il freddo che come un corvo era pronto ad assalire le spighe di grano in un campo. La brina infatti sottolineava questa vacua illusione di cielo sereno e paesaggio amenico, l'inverno non offre mai soddisfazioni di serenità climatica. Una leggera bruma inoltre si levava dagli spazi verdi, dai prati tra gli alberi steliformi, levitando senza dar mai l'idea di dissolversi. Che fare oggi, la solita messa, la solita visita alla chiesa? Sicuramente una sosta nel tardo pomeriggio, anche se prima avevo ancora la tentazione di trovar compagnia serena ed appassionante. Non avevo molti amicizie, i più erano appunto sposati coi loro problemi e i rimasti al mio stato era certo meglio perderli che trovarli; pensando a questi infatti mi resi conto che erano molto schivi e bislacchi ed era difficile andare notmalmente d'accordo: tutti pieni di remore e pregiudizi, delle vite assurde e delle personalità egoiste ed insopportabili. Forse ero anche io così? Lasciai perdere queste riflessioni noiose, troppo noiose per agevolare i miei sprazzi divita sociale e le mie uscite di casa, denaro permettendo. Il più delle volte andavo al cinema come divertimento oppure rivedevo una mia dolce e care amica, troppo legata all'opportunismo di chi non aveva pensato a tempo debito di metter su famiglia. Bene, ora giunsi in piazza a leggere il giornale e commentare, tra le persone del momento al bar, le vicende politiche quotidiane. L'ora del pranzo passò e con esso il pasto, questa volta a me concesso in pizzeria. Il pomeriggio volò e furono nuovamente quasi le sei pomeridiane e mi ritrovai nel corso pedonale a passeggio, solo, in direzione della chiesa, quella che frequentavo abitualmente.
Entrai, ma inaspettatamente non trovai persona alcuna, almeno per il momento, pensai che fossero giunti dopo all'inizio della messa, mezz'ora più tardi. Era quello che desideravo di più, possedere la presenza in chiesa, come se fosse un avvenimento mondano, fosse anche sacrale, in onore della mia presenza; un'occasione per una riflessione su me stesso, se davvero da laico potevo essere indipendente dalla fede, oppure l'indissolubile legame dello status e dell'animo avrebbero fatto comparsa, a cospetto della mia esistenza. Poi le luci, calde e padrone del buio delle ombre, isolavano ancor più me stesso dall'esterno e al tempo stesso esaltavano la presenza: potevo ancora riflettere e sfogare lo stato emozionale, quello della mia incessante solitudine e pedante necessità del vivere quotidiano. La solitudine aggravava tutto, tutte le facoltosità delle attività necessarie ed obbligate del mio mantenimento; ma erano anni che procedevo così e il mio isolamento poco impertinente dalla società prometteva la fine della mia vita senza che qualcuno potesse ricordarmi, in futuro, occasione unica del fatto che solo mettendo su famiglia avrei potuto avere un senso al tutto il mio da fare. Ero solo, e solo ed inutile era il mio cammino, tutte le mie azioni mi parevano inutili e senza finalità. Il temperamento logico della mia personalità dominava ancora bassi istinti verso la depressione e forse solo la mia tendenza malinconica ad estraniarmi in una chiesa desolata, si rivelava la necessità più opportuna, anche se l'orizzonte che forniva era verso l' al di là, necessariamente qualora fosse esistito o esistesse, poiché era la mia anima stessa a rivendicarlo come possesso motivato.
Mi sedetti e casualmente notai che ero in prossimità dello stesso trittico di figure di santi isolate ai quali avevo dato attenzione in occasioni precedenti; guardai di nuovo i loro volti, i loro abiti e le espressioni. Mi soffermai sul saio di S. Francesco, miserevole e semplice nel suo pallore acceso dal caldo colore marrone, le cui ombreggiature al bistro erano proprio quelle che le luci nell'ombra avvolgevano tutte le parti nella chiesa, che avvolgevano anche me. Chinai la testa per devozione, rispetto loro, mentre la solitudine dell'ambiente anch'essa mi inghiottiva nell'immobilità perentoria della mia presenza. Potevo essere un essere inutile ormai solo, quasi abbandonato dalle funzioni della persone; la mia personalità aveva senso, oppure un oscuro istinti di lotta cinica mi evitava, simultaneamente, ogni volta in cui provavo a rendermi consapevole, partecipe delle mie azion ed attività ancora plausibili per gli uomini d'oggi? Ma così solo, a che servivo, mi domandai; a che cosa dovevo il peso delle mie membra che improvvisamente sentii prevalere sulle mie movenze, se di movenze ancora potevo essere consapevole che avessero anch'esse un senso. Stanco, dovevo essere stanco, stanco di cosa, stanco di rispettare la mia presenza tra gli altri esseri della mia specie: l'inutilità mi soffocava quel poco di personalità accesa che potesi ancora possedere per sentirmi partecipe del mio ruolo, ruolo che ormai era parassitario, mi dicevo, inutile ed impertinente agli occhi di chi realmente importava agli altri, di chi contava per una parte attiva, per un copione da primo attore, nel mondo. Ma si, gli arti li sentivo sempre più indolenziti, finchè la spossatezza mi indusse asentirli rigidi, autonomi ripsetto ad un corpo, inteso come unitò d'insieme, del quale non possedevo più le redini; ero un colpo di vento in mezzo alla moltitudine delle foglie che, pesanti ed enormi, mi scuotevano e sbattevano in qualsiasi direzione senza uno scopo, in balia dell'urto e della dinamica del caos. Il cuore mi pareva al cervello, ed il cervello nel cuore; i miei pensieri, di colpo, si annebbiarono colti da una tensione rapida, espansiva e colma della mia morale che anch'essa pareva abbandonarmi, andarsene dal mio corpo, dalla mia importanza come uomo, come individuo. Intimamente ancora riuscii ad accasciarmi sul leggio del banco, molto lentamente mi adagiai in una posizione prossima, perenne ed imperturbabile. Senza senso, mantenni quella posizione senza più poter essere in grado di riprenderne un'altra.
Finalmente appartenevo a quella chiesa, a quei santi e a quel popolo d'anime che armoniosamente, in eterno continuano a ridare una luce che non è del sole, dell'incanto o dei chiarori della nebbia voluta dai lumi o dal calore; ma l'aura immobile del vortice celeste che avvolge tutto l'orizzonte possibile, entro una cavità che è del cielo ma è consapevole, in terra, della grandezza della sua gioia confortante.



Marcello Della Valle, 2014.