L'IMMANENTE
Io,
appena sbarcato come uno dei tanti profughi provenienti dall'Africa,
sulle coste italiane. D'improvviso solo, tra la moltitudine informe
di corpi d'anime sconfortate dal panico ormai assuefatto come ogni
altro tipo d'emozione, in preda solo alle sensazioni contingenti che
guardano solo alla mera sopravvivenza.
Sbarcavo
proprio ora, ove la mia ombra contava più del mio corpo, poiché
sotto quel sole chiaro di Sicilia ero veramente certo che esistevo
ancora, almeno il mio corpo si muoveva sulla terraferma. L'acqua,
subito l'acqua mi diedero nella bottiglietta e lentamente provai il
piacere assoluto di possedere l'oro liquido più importante del
mondo, ero nuovamente ricco si, ricco della vita; certezza
ineluttabile, anche il mio sguardo si fece più nitido e sempre
lentamente, mi resi conto del caos e della confusione irrefrenabile
delle voci che non avevo mai compreso durante tutto il viaggio e che
quindi mi balenavano, attraverso la vista dei disperati che ancora
erano accesi dalla salvezza, concepita come un'orgia di gioia
selvaggia. Leggermente mi resi quindi più cosciente attraveso pure
l'udito, che prima assurdamente non si era reso conto del frastuono
assordante delle centinaia di voci ed urla che tutte insieme si erano
messe in moto e che effettivamente evidenziavano la tragedia alla
quale eravamo stati succubi passivi.
Ma
ecco, camminavo e il suolo non mi ricordava la nullità
dell'esistenza e dei movimenti, mi accoglieva invece nei passi che
riuscivo già a contare: non so come, ma appena conscio della mia
consistenza, forse la pressione sanguigna che si riassestava in un
corpo col sangue ancor troppo misero per veicolare col suo carico di
sostentamento, svenni miserabilmente, perdendo i sensi entro
l'immenso bagliore di luce come se il sole fosse dentro di me. Al
risveglio, mi ritrovai su un lettino, in un campo profughi
sicuramente, ma ancora non riuscivo a distinguere chi mi stava
accanto; una flebo mi allacciava alla necesità del caso, il
ricovero. Sentivo il brusio lieve di voci troppo appiccicose alla mia
flebile cognizione mentale, ero di nuovo tra gli esuli, quello era
sicuro; di più non volevo sapere, pensare mi innervosiva e la
debolezza preferì riaccogliere il riposo nel sonno; almeno ero
sempre acceso col mondo, quello l'ultimo bagliore del pensiero prima
di addormentarmi nella monotonia della mia debolezza.
Quando
ripresi pienamente coscienza di me stesso, dei miei muscoli e delle
mie facoltà mentali, era passata quasi una settimana e potei
innazitutto ringraziare, almeno, chi mi aveva aiutato ed era così
disponibile ad accudire dei mezzi moribondi come quelli nel mio
stato: infermieri, medici, forze dell'ordine e volontari in genere.
Passeggiavo in questa sorta di campo di soccorso verso l'esterno del
grande capannone entro il quale ero stato medicalmente assistito,
respiravo un'aria che potevo finalmente considerare a misura d'uomo,
quando uomo potevo esser riconosciuto per la mia condizione di
ritorno alla normalità. La passeggiata non era noiosa poiché la
cosa che mi dava maggiormente soddisfazione era il fatto stesso che
potevo camminare, verso o entro una direzione netta, con le mie gambe
decise e sicure di non trovar ostacoli e pienamente capaci di essere
coerenti con la mia mera volontà d'azione funzionale del mio fisico,
altero e non debilitato. Passò un'altra settimana ed il mio corpo
riprese le sue facoltà e mi rimisi in discrete forze, ma intanto che
le giornate trascorrevano in questo stadio di terapia riconoscibile e
palesemente sociale, una certa noia e monotonia si innestava in
quell'animo rimasto assente o sospeso dalla stasi dell'agonia del
naufragio collaudato, sorbito durante quella traversata naufraga e
sventurata da profugo d'oltremare. Riconobbi in me anche una certa
ripresa del motore della coscienza, un'accento remoto della mia
personalità tornava ad identificarmi come persona in grado di poter
riflettere e giudicare; ero nuovamente in grado di ragionare e
valutare le cose, i fatti, il paesaggio attorno a me. Il mio
reintegro per il momento solo ambientale con la terraferma in uno
stato formalmente libero ed a misura d'uomo, mi concedeva una
possibilità di riflessione sula mia possibile condizione di
neocittadino, in uno stato appunto che mi ridava dignità e magari
diritti civili, se non politicamente attivi. In realtà io
appartenevo già a quello stato, ma, durante un viaggio di lavoro in
un paese del caldo africano, circostanze avverse allo stato di
diritto delle mie libertà, mi avevano costretto ad andarmene, a
fuggire da una condizione di regresso politico a causa di un
conflitto bellico sorto all'interno di tale stato. Quindi mi ero
imbarcato assieme ai profughi, che non avevano certo il mio stadio
sociale e culturale, ma che per ragione contingente cercavano aiuto e
salvezza dalla situazione socialmente terribile in atto. Velocemente,
senza riflettere e reperire i nostri beni, anche i più essenziali,
come persone eravamo tutti uguali su quel barcone sciagurato e
condotto da scapestrati di passaggio, non molto più rassicuranti
della gente in armi del paese ove si combatteva. Ora il peggio era
passato e mi ritrovavo nella mia nazione d'origine, ma non avevo più
documenti, nome riconoscibile al momento, anche se ora che ero in
grado di intendere e volere avrei certo potuto farmi riconoscere e
rintracciare le mie posizioni ed il mio status integrante
d'appartenenza. Al momento i gendarmi ed i funzionari non avevano
ancora rintracciato le nostre generalità, cercando di poter essere
sicuri del nostro completo reintegro fisico e salutare: avrebbero
ancora preliminarmente accerertato il nostro stato immunologico alle
vaccinazioni primarie e la presenza di malattie contagiose rilevanti.
Nel pomeriggio assolato del venerdi della seconda settimana la
passeggiata era serena e decisa con una cereta freschezza delle forze
e del benessere sensitivo come mai non avevo provato da prima
dell'avvento della drastica sventura. A primo impatto mi tornarono
dei ricordi inconsueti e mi sbalordii di tale capacità del mio
intelletto. Mi vennero in mente delle situazioni analoghe di reietti
sociali ai quali era capitato di ritrovarsi in un paese al quale non
poteva essere in grado di appartenere pienamente: due casi tratti dal
repertorio letterario, di libri che avevo sicuramente letto in un
passato che pareva addirittura amenico or ora; si trattava del
personaggio dello Straniero di A. Camus e di quello di quello dello
scrittore russo ottocentesco, F. Dostoevskij, Delitto e castigo. Mi
parevano certi sia titoli ed autori, si, ma il ricordo impulsivo mi
diede modo di capire che aveva una constatazione sulla condizione mia
attuale, di certo. Capii che appena uno vive la reale condizione di
straniero, di non appartenente ad una nazione ma ad un'altra diversa,
si trova necessariamente ed ineluttabilmente a vivere una situazione
di essere che commette una colpa, che offende l'appartenente a quel
luogo e che non ha motivo per entrare ed usufruire dei diritti ed
opportunità di chi è già membro di quella terra. Uno straniero
insomma è sempre colpevole, di cosa non sapevo decifrarne il motivo,
logico o reale, storico forse; e di tale misterioso e mai assurdo
reato doveva possederne una colpa reietta, mai assimilabile da un
individuo sicuro della sua appartenenza al luogo, culto dell'origine
di un certo popolo consolidato. Sarà l'impatto emozionale
dell'istante, credo di no, il tempo ci rende estranei in quanto
forestieri e ci accompagna mal volentieri, ci raccomanda e sottolinea
le nostre carenze di similitudine nei confronti di chi è già
ambientato e riconosciuto come cittadino e persona nello stesso
istante e continuamente. Siamo le invarianti esterne, non
apparteniamo al gruppo omogeneo anche se ne occupiamo le stesse
circoscrizioni geografiche, addirittura. Ed in effetti provavo
inconsciamente una simile angoscia della colpa, mi rendevo conto
anche che se io ero conscio di ciò, chissà come avrebbero dovuto
sentirsi gli altri profughi che possedevano pure una diversa etnia
nelle condizioni di disperato e solo bisognoso della prima e completa
assistenza umanitaria. Fortunatamente al momento ero tra i più
vigorosi e pensai che effettivamente nessuno era nella condizione di
poter già riflettere, se non al mio grado, anche solo della propria
consapevolezza sulla condizione esistenziale al presente, sia come
individuo, sia come gruppo di emigrati della disperazione. Ed il
fatto poi di sentirsi responsabile in tal modo come straniero era poi
già una debita constatazione di vivere una condizione di prassi
dell'accettazione, era il castigo dovuto? Non sapevo rispondere a
queste domande che mi rivolgevo nella mente, ma che la mia coscienza
imponeva prepotentemente al momento.
Essere
profugo è quindi essere colpevole di un delitto, l'uomo in fuga dal
destino come nel personaggio di Camus e l'uomo in fuga da se stesso e
partecipe di un mondo assurdo che non crea nulla in pro e contro alla
condizione di colpevole era il personaggio del grande scrittore
russo. Non mi rimaneva che sapere quale fosse il mio destino ora, o
se il mio destino era collettivo, in quanto complice di altrettanti
esseri della mia stessa condizione. Ed infatti, la settimana dopo
venni a sapere che i più prestanti fisicamente di noi venivano
selezionati rispetto ai malati o quelli in condizioni di ricovero
prolungato. Saremmo dovuti esser presenti al piazzale verso le
dodici, ora in cui ci avrebbero fatto mangiare diciamo con un pranzo
al sacco fornitoci dall'ente di stato preposto e verso l'una avremmo
dovuti salire su dei pullmann per un numero di quaranta persone
ciascuno, per un complessivo di dodici autobus. Comunicò infine che
i destinatari avrebbero raggiunto dei luoghi di lavoro strategici per
lo stato in cui eravamo ospiti, ma come tali avremmo dovuto
collaborare a sentirci partecipi della nostra utilità come gruppo
d'emergenza, poiché esistevano dei lavori d'emergenza altrettanto
caparbi nell'essere affrontati e che solo la nostra immanenenza
sarebbe stata in grado di poter risolvere d'impatto delle
problematiche urbanistiche già presenti nel paese e non risolvibili
con la politica dei gogerni e del governo attuale.
Io
venni subito accettato e mi fecero solamente un prelievo sanguigno,
a me e gli altri scelti, per accertamenti preventivi di malattie
infettive. L'esito l'avremmo saputo dopo le nove dell'indomani, ma
nell'operare garantirono certezza e fiducia a priori. Il giorno
seguente, alle otto, dissero che tutti i prescelti sarebbero partiti
il giorno successivo, poiché molte delle analisi non erano ancora
pronte; e così fu. Ma la giornata fissata si rivelò sicura questa
volta ed io ero nel piazzale alle dieci, con l'esito certificato
della mia condizione di salubrità fisica alla mano. Il piazzale mi
pareva enorme alla vista, la recinzione agli estremi del campo
visuale pareva minuscola e molto più lontana del dovuto, sotto la
canicola che faceva tremolare le maglie metalliche dipinte di bianco.
Il sole era forte, l'aria secca e una flebile brezza, che ci
accarezzava i vestiti ed i capelli, proveniente dal mare, ancora. Il
sole ci offuscava la visuale, il cielo, come in mare, ci pareva
talmente pieno di luce che i nostri occhi vedevano costantemente come
una calotta nera, su in alto, nera come le ombre nette tra i colori
accesi, nera come un temporale perenne ed imminente: questo il
paesaggio e la sosta del piazzale toglieva il sole dal senso del
tempo, lasciandoci in un aura che, inconsuetamente, mi richiamava le
vicende dei popoli della grecia arcaica, i quali fecero tutta una
metafisica dei fenomeni della realtà, per poter ammettere di
controllarla.
Gli
autobus arrivarono, ci caricarono ordinatamente e ci condussero verso
una meta che ancor non ci fu chiarita, se non puntualmente spiegata
per dar un senso alla nostra occupazione ed impiego di reintegro
socialmente efficace. Durante il tragitto il vociferare riguardo ai
dubbi della nostra sortita fu notevole, ma io rimasi silenzioso e
concentrato, sicuro che la spiegazione esaudiente sarebbe
ineluttabilmente giunta col tempo debito ed opportuno. Intanto
avvenne la promessa pausa pranzo; ovvero vi fu una sosta dei mezzi e
a noi, seduti al posto, ci vennero forniti sacchetti azzurri
contenenti il cibo del pranzo, ai quali poi, ordinatamente addetti al
personale nostro provvidero ad aggiungere mezzo litro d'acqua in
bottiglietta plastificata. I medesimi continuavano a ripetere che, a
fine pasto, dovevamo conservare sacchetto e bottiglia fino a
destinazione.
Questi
sopravvenne, già nel tardo pomeriggio, scendemmo e a flotte di
quaranta fummo radunati in drappello e ci fu data l'attesa
comunicazione del nostro impiego: eravamo in provincia di Messina,
dovevamo mettere in sesto un luogo simbolo del territorio in
dissesto, ove la terra argillosa era eternamente in movimento franoso
e le alture resilienti a causa dei movimenti sotterranei. Dovevamo
risolvere un luogo simbolo, per dare l'idea della potenza di assesto
e dominio dell'intera zona territoriale da parte dello stato,
attraverso il successo dell'impiego della nuova forza lavoro quale
unica soluzione possibile per il nostro reintegro e l'immagine
solidale del popolo che ci accoglieva, trionfalmente e con senso di
gioia e amicizia. Si trattava di una chiesa, la quale durante i
movimenti longitudinali del terreno, si stava letteralmente aprendo
in due come una mela. Il parroco, ci dissero che aveva abbandonato la
sede e presiedeva il centro della nostra accoglienza ed il luogo di
ristoro, in prefabbricati poco distanti dal centro storico, in luogo
piuttosto sicuro dalle strane dinamiche geologiche. In pratica,
dovevamo letteralmente sotterrare la chiesa entro una cinta quadrata,
sulla quale poi avremmo dovuto erigere una piramide che avrebbe
inglobato la volumetria del fabbricato religioso, anche se
settecentesco d'origine. L'involucro sarebbe stato in blocchi
squadrati di pietra locale, mentre l'interno doveva costituirsi con
semplice interramento. In cima al solido regolare infine avremmo
dovuto erigere una croce lapidea con un'anima metallica. Non ci
dissero nulla sulle dimensioni metriche e sulla forma della croce,
per noi doveva essere una croce e basta, senza chiarire motivazioni
eventuali. Io immaginai subito una croce cristiana, ma poi non feci
caso alla sua forma, poiché l'intera costruzione mi pareva assurda;
avrebbe si fornito, tutto questo progetto, dell'impiego lavorativo
alla necessità probabile di reintegro sociale della nostra
condizione di profughi come manovali edili, effettivamente. Ci
fornirono tutto il materiale ed attrezzature edili necessari, mentre
alcuni operai qualificati ed in regola del luogo erano in grado di
movimentare le macchine escavatrici. Il lavoro procedette, ovviamente
non si trattava di contratti poiché a noi veniva offerto, dal
parroco, vitto ed alloggio con tanto di servizi per l'igiene della
nostra persona. A noi andava bene tutto ciò, non avevamo nulla da
perdere ancora, semmai da guadagnare. In circa tre mesi completammo
l'opera e fui proprio io, oltre altri due di supporto, ad essere
incaricato quale l'addetto alla posa in opera finale della croce,
forse perchè chi dirigeva il cantiere aveva visto di buon grado la
mia voglia di lavorare, rispetto agli altri. L'idea di questa ultima
manovra esemplare non mi diede un senso di soddisfazione, ma neppure
sconforto: era comunque un gesto, crudo e definitivo, secco e
decisivo, per sancire l'inizio e la fine del nostro impiego; ovvero
valeva per chi ci comandava poiché ci accoglieva, questo bastava. Io
ero semplicemente l'essere immanente di ciò che dal nulla, diventa,
è un giungere a punto di una questione, la questione della nostra
condizione, mia e al tempo stesso di tutti, senza ripensamenti e
riflessioni. Dovevamo essere, per la gente del posto, la vera forza
d'avanguardia della società. Attraverso quella soluzione definitiva
della struttura edilizia risolutiva, la purezza d'immagine
dell'efficace ripristino dei sopravvissuti venuti dall'estero, da un
mondo ostile, nutriva lo splendore del mondo pacifico accogliente,
che poteva celebrare la vittoria della civiltà rispetto
all'oppressione dei fuggitivi da parte dalle nazioni ostili e
terribili. L'erezione della croce doveva essere effettuata
all'indomani, ovvero la domenica, mentre il parroco avrebbe celebrato
una messa poco dopo, in nostro onore. Attualmente potevamo goderci un
giorno di riposo completo, mentre dopo il pranzo vennero annunciati i
prossimi lavori ai quali dovevamo essere impiegati.
La
mattina giunse ed io, assieme a due aiutanti, trafissi la cima
collocando quell'incrocio tra due segni, con un gesto piuttosto
rapido e deciso, collocai l'innesto di due aste, il simbolo più
antico del mondo della risoluzione conflittuale.Proprio così, due
segni, uno contro l'altro, l'estrema sintesi dei linguaggi, di tutti
i linguaggi comunicare, anche il nulla, ovvero quello che potevamo
fare noi nella nostra condizione; l'atmosfera rarefatta dell'altura,
la calura secca, lo sforzo immediato e tenace ma breve delle mie
braccia all'opera, trafitte da una lieve brezza di vento, molto più
presente di me in quella posizione. Scendere subito, prepararsi alla
ripartenza, senza elogi, senza partecipare alle commemorazioni
cittadine. L'indomani eravamo già sullo stretto e ci imbarcarono in
dei cargo merci nella stiva a cielo aperto: un giorno intero stipati
li dentro, in compagnia di un cielo azzurro quanto lo era stato
quello del mondo prima di Colombo. Sbarcammo in puglia e poi subito,
via sui pullmann per la destinazione, ancora non comunicata. Un'altra
giornata, il viaggio notturno ci fece perdere la cognizione di luce e
notte; a mattina, in un luogo imprecisato, ci dissero solo che tutta
l'attrezzatura, vitto ed alloggio erano già pronti per noi. Il
lavoro, quello sicuro, era nuovamente di erigere un'altra piramide
come la prima per le modalità costruttive. Si trattava di un
capannone industriale dismesso e chiuso su tutti i fronti, anche le
finestre erano blindate, anche se malamente. L'enorme blocco cubico,
stagnante nella ruggine delle lamiere di riporto nelle aperture, era
maggiore di dimensioni rispetto alla chiesa. Ma, dato che non
presentava sporgenze e spioventi, ci dissero allora che era più
agevole da realizzare: si trattava di un deposito di scorie
industriali, diossina o materiale radioattivo, quello nno importava,
importava il nostro impegno procace nella chiusura muraria. Da li a
poco infatti, quando avevamo già gli attezzi in mano, senza tanti
dispositivi di protezione come le scarpe antinfortunistiche, ci
giunse l'elegio pubblicamente emesso dal sindaco, il quale inneggiava
al mitico intervento della provvidenza dei migranti, i soli capaci di
sovvertire un'ordine impervio da parte dello stato a fronte della
risoluzione del problema dell'eliminazione dei rifiuti delle vecchie
industrie, in un'epoca dirette dallo stato medesimo. A noi non
importava nulla in ogni caso ed affrontamo il lavoro secco e duro
come la nostra condizione di rifugiati senza diritto e senza patria
definibile. La cosa che mi stupì però fu che, a fine opera, si
provvise ad erigere nuovamente una croce sulla cima; non importava se
cristiana, ma pur sempre una croce e fui scelto sempre io tra gli
addetti. Allora mi dissi che si, era vero, indicava proprio la
brutale e grezza soluzione finale di un problema, il diretto segno ad
incrocio tra due aste tese e mute. Così fu. Poi solita mezza
giornata di pausa nelle baracche stagne e piene d'afa, nauseanti già
verso il fine pomeriggio.
L'indomani
ripartenza, altra destinazione sempre in puglia, altro edificio
statale dismesso da blindare con la solita piramide lapidea, stavolta
un depuratore mai entrato in funzione; e sulla sommità sempre io a
deporre la solita croce anonima, ma pur sempre una croce. Verso il
fine settimana ormai, ultimata la terza meraviglia egizia, ci
preparammo ad un viaggio più lungo per la prossima destinazione:
l'abruzzo, e ci fu detta la destinazione, L'Aquila. Dissero che il
nostro sforzo era lungo ed arduo, ma che solo noi eravamo in grado di
mantenere un impegno così arduo ed importante, quello di ricoprire
l'intero centro strorico sottoposto a zona rossa, con l'ennesima
monolitica e imponente più che mai, immensa piramide. In
quell'occasione non si presentò nessuna personalità importante del
luogo, sindaco o membri delle giunte, poiché la nostra impresa
doveva essere d'esempio a sorpresa per l'intera nazione.
Io,
piuttosto preso da un senso di sgomento primario, a proposito
dell'opera monolitica, chiesi ad un addetto al soccorso se anche
questa piramide doveva portare una croce sulla sommità, come le alte
eseguite da noi rifugiati. Mi rispose di si e che sarebbe stata alta
almeno quattro metri, ma questa volta era una croce cristiana, ma che
il materiale non era specificato.
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