giovedì 30 aprile 2015

RACCONTO BREVE: L'IMMANENTE, 2014, GENNAIO 2015.





L'IMMANENTE






Io, appena sbarcato come uno dei tanti profughi provenienti dall'Africa, sulle coste italiane. D'improvviso solo, tra la moltitudine informe di corpi d'anime sconfortate dal panico ormai assuefatto come ogni altro tipo d'emozione, in preda solo alle sensazioni contingenti che guardano solo alla mera sopravvivenza.
Sbarcavo proprio ora, ove la mia ombra contava più del mio corpo, poiché sotto quel sole chiaro di Sicilia ero veramente certo che esistevo ancora, almeno il mio corpo si muoveva sulla terraferma. L'acqua, subito l'acqua mi diedero nella bottiglietta e lentamente provai il piacere assoluto di possedere l'oro liquido più importante del mondo, ero nuovamente ricco si, ricco della vita; certezza ineluttabile, anche il mio sguardo si fece più nitido e sempre lentamente, mi resi conto del caos e della confusione irrefrenabile delle voci che non avevo mai compreso durante tutto il viaggio e che quindi mi balenavano, attraverso la vista dei disperati che ancora erano accesi dalla salvezza, concepita come un'orgia di gioia selvaggia. Leggermente mi resi quindi più cosciente attraveso pure l'udito, che prima assurdamente non si era reso conto del frastuono assordante delle centinaia di voci ed urla che tutte insieme si erano messe in moto e che effettivamente evidenziavano la tragedia alla quale eravamo stati succubi passivi.
Ma ecco, camminavo e il suolo non mi ricordava la nullità dell'esistenza e dei movimenti, mi accoglieva invece nei passi che riuscivo già a contare: non so come, ma appena conscio della mia consistenza, forse la pressione sanguigna che si riassestava in un corpo col sangue ancor troppo misero per veicolare col suo carico di sostentamento, svenni miserabilmente, perdendo i sensi entro l'immenso bagliore di luce come se il sole fosse dentro di me. Al risveglio, mi ritrovai su un lettino, in un campo profughi sicuramente, ma ancora non riuscivo a distinguere chi mi stava accanto; una flebo mi allacciava alla necesità del caso, il ricovero. Sentivo il brusio lieve di voci troppo appiccicose alla mia flebile cognizione mentale, ero di nuovo tra gli esuli, quello era sicuro; di più non volevo sapere, pensare mi innervosiva e la debolezza preferì riaccogliere il riposo nel sonno; almeno ero sempre acceso col mondo, quello l'ultimo bagliore del pensiero prima di addormentarmi nella monotonia della mia debolezza.
Quando ripresi pienamente coscienza di me stesso, dei miei muscoli e delle mie facoltà mentali, era passata quasi una settimana e potei innazitutto ringraziare, almeno, chi mi aveva aiutato ed era così disponibile ad accudire dei mezzi moribondi come quelli nel mio stato: infermieri, medici, forze dell'ordine e volontari in genere. Passeggiavo in questa sorta di campo di soccorso verso l'esterno del grande capannone entro il quale ero stato medicalmente assistito, respiravo un'aria che potevo finalmente considerare a misura d'uomo, quando uomo potevo esser riconosciuto per la mia condizione di ritorno alla normalità. La passeggiata non era noiosa poiché la cosa che mi dava maggiormente soddisfazione era il fatto stesso che potevo camminare, verso o entro una direzione netta, con le mie gambe decise e sicure di non trovar ostacoli e pienamente capaci di essere coerenti con la mia mera volontà d'azione funzionale del mio fisico, altero e non debilitato. Passò un'altra settimana ed il mio corpo riprese le sue facoltà e mi rimisi in discrete forze, ma intanto che le giornate trascorrevano in questo stadio di terapia riconoscibile e palesemente sociale, una certa noia e monotonia si innestava in quell'animo rimasto assente o sospeso dalla stasi dell'agonia del naufragio collaudato, sorbito durante quella traversata naufraga e sventurata da profugo d'oltremare. Riconobbi in me anche una certa ripresa del motore della coscienza, un'accento remoto della mia personalità tornava ad identificarmi come persona in grado di poter riflettere e giudicare; ero nuovamente in grado di ragionare e valutare le cose, i fatti, il paesaggio attorno a me. Il mio reintegro per il momento solo ambientale con la terraferma in uno stato formalmente libero ed a misura d'uomo, mi concedeva una possibilità di riflessione sula mia possibile condizione di neocittadino, in uno stato appunto che mi ridava dignità e magari diritti civili, se non politicamente attivi. In realtà io appartenevo già a quello stato, ma, durante un viaggio di lavoro in un paese del caldo africano, circostanze avverse allo stato di diritto delle mie libertà, mi avevano costretto ad andarmene, a fuggire da una condizione di regresso politico a causa di un conflitto bellico sorto all'interno di tale stato. Quindi mi ero imbarcato assieme ai profughi, che non avevano certo il mio stadio sociale e culturale, ma che per ragione contingente cercavano aiuto e salvezza dalla situazione socialmente terribile in atto. Velocemente, senza riflettere e reperire i nostri beni, anche i più essenziali, come persone eravamo tutti uguali su quel barcone sciagurato e condotto da scapestrati di passaggio, non molto più rassicuranti della gente in armi del paese ove si combatteva. Ora il peggio era passato e mi ritrovavo nella mia nazione d'origine, ma non avevo più documenti, nome riconoscibile al momento, anche se ora che ero in grado di intendere e volere avrei certo potuto farmi riconoscere e rintracciare le mie posizioni ed il mio status integrante d'appartenenza. Al momento i gendarmi ed i funzionari non avevano ancora rintracciato le nostre generalità, cercando di poter essere sicuri del nostro completo reintegro fisico e salutare: avrebbero ancora preliminarmente accerertato il nostro stato immunologico alle vaccinazioni primarie e la presenza di malattie contagiose rilevanti. Nel pomeriggio assolato del venerdi della seconda settimana la passeggiata era serena e decisa con una cereta freschezza delle forze e del benessere sensitivo come mai non avevo provato da prima dell'avvento della drastica sventura. A primo impatto mi tornarono dei ricordi inconsueti e mi sbalordii di tale capacità del mio intelletto. Mi vennero in mente delle situazioni analoghe di reietti sociali ai quali era capitato di ritrovarsi in un paese al quale non poteva essere in grado di appartenere pienamente: due casi tratti dal repertorio letterario, di libri che avevo sicuramente letto in un passato che pareva addirittura amenico or ora; si trattava del personaggio dello Straniero di A. Camus e di quello di quello dello scrittore russo ottocentesco, F. Dostoevskij, Delitto e castigo. Mi parevano certi sia titoli ed autori, si, ma il ricordo impulsivo mi diede modo di capire che aveva una constatazione sulla condizione mia attuale, di certo. Capii che appena uno vive la reale condizione di straniero, di non appartenente ad una nazione ma ad un'altra diversa, si trova necessariamente ed ineluttabilmente a vivere una situazione di essere che commette una colpa, che offende l'appartenente a quel luogo e che non ha motivo per entrare ed usufruire dei diritti ed opportunità di chi è già membro di quella terra. Uno straniero insomma è sempre colpevole, di cosa non sapevo decifrarne il motivo, logico o reale, storico forse; e di tale misterioso e mai assurdo reato doveva possederne una colpa reietta, mai assimilabile da un individuo sicuro della sua appartenenza al luogo, culto dell'origine di un certo popolo consolidato. Sarà l'impatto emozionale dell'istante, credo di no, il tempo ci rende estranei in quanto forestieri e ci accompagna mal volentieri, ci raccomanda e sottolinea le nostre carenze di similitudine nei confronti di chi è già ambientato e riconosciuto come cittadino e persona nello stesso istante e continuamente. Siamo le invarianti esterne, non apparteniamo al gruppo omogeneo anche se ne occupiamo le stesse circoscrizioni geografiche, addirittura. Ed in effetti provavo inconsciamente una simile angoscia della colpa, mi rendevo conto anche che se io ero conscio di ciò, chissà come avrebbero dovuto sentirsi gli altri profughi che possedevano pure una diversa etnia nelle condizioni di disperato e solo bisognoso della prima e completa assistenza umanitaria. Fortunatamente al momento ero tra i più vigorosi e pensai che effettivamente nessuno era nella condizione di poter già riflettere, se non al mio grado, anche solo della propria consapevolezza sulla condizione esistenziale al presente, sia come individuo, sia come gruppo di emigrati della disperazione. Ed il fatto poi di sentirsi responsabile in tal modo come straniero era poi già una debita constatazione di vivere una condizione di prassi dell'accettazione, era il castigo dovuto? Non sapevo rispondere a queste domande che mi rivolgevo nella mente, ma che la mia coscienza imponeva prepotentemente al momento.
Essere profugo è quindi essere colpevole di un delitto, l'uomo in fuga dal destino come nel personaggio di Camus e l'uomo in fuga da se stesso e partecipe di un mondo assurdo che non crea nulla in pro e contro alla condizione di colpevole era il personaggio del grande scrittore russo. Non mi rimaneva che sapere quale fosse il mio destino ora, o se il mio destino era collettivo, in quanto complice di altrettanti esseri della mia stessa condizione. Ed infatti, la settimana dopo venni a sapere che i più prestanti fisicamente di noi venivano selezionati rispetto ai malati o quelli in condizioni di ricovero prolungato. Saremmo dovuti esser presenti al piazzale verso le dodici, ora in cui ci avrebbero fatto mangiare diciamo con un pranzo al sacco fornitoci dall'ente di stato preposto e verso l'una avremmo dovuti salire su dei pullmann per un numero di quaranta persone ciascuno, per un complessivo di dodici autobus. Comunicò infine che i destinatari avrebbero raggiunto dei luoghi di lavoro strategici per lo stato in cui eravamo ospiti, ma come tali avremmo dovuto collaborare a sentirci partecipi della nostra utilità come gruppo d'emergenza, poiché esistevano dei lavori d'emergenza altrettanto caparbi nell'essere affrontati e che solo la nostra immanenenza sarebbe stata in grado di poter risolvere d'impatto delle problematiche urbanistiche già presenti nel paese e non risolvibili con la politica dei gogerni e del governo attuale.
Io venni subito accettato e mi fecero solamente un prelievo sanguigno, a me e gli altri scelti, per accertamenti preventivi di malattie infettive. L'esito l'avremmo saputo dopo le nove dell'indomani, ma nell'operare garantirono certezza e fiducia a priori. Il giorno seguente, alle otto, dissero che tutti i prescelti sarebbero partiti il giorno successivo, poiché molte delle analisi non erano ancora pronte; e così fu. Ma la giornata fissata si rivelò sicura questa volta ed io ero nel piazzale alle dieci, con l'esito certificato della mia condizione di salubrità fisica alla mano. Il piazzale mi pareva enorme alla vista, la recinzione agli estremi del campo visuale pareva minuscola e molto più lontana del dovuto, sotto la canicola che faceva tremolare le maglie metalliche dipinte di bianco. Il sole era forte, l'aria secca e una flebile brezza, che ci accarezzava i vestiti ed i capelli, proveniente dal mare, ancora. Il sole ci offuscava la visuale, il cielo, come in mare, ci pareva talmente pieno di luce che i nostri occhi vedevano costantemente come una calotta nera, su in alto, nera come le ombre nette tra i colori accesi, nera come un temporale perenne ed imminente: questo il paesaggio e la sosta del piazzale toglieva il sole dal senso del tempo, lasciandoci in un aura che, inconsuetamente, mi richiamava le vicende dei popoli della grecia arcaica, i quali fecero tutta una metafisica dei fenomeni della realtà, per poter ammettere di controllarla.
Gli autobus arrivarono, ci caricarono ordinatamente e ci condussero verso una meta che ancor non ci fu chiarita, se non puntualmente spiegata per dar un senso alla nostra occupazione ed impiego di reintegro socialmente efficace. Durante il tragitto il vociferare riguardo ai dubbi della nostra sortita fu notevole, ma io rimasi silenzioso e concentrato, sicuro che la spiegazione esaudiente sarebbe ineluttabilmente giunta col tempo debito ed opportuno. Intanto avvenne la promessa pausa pranzo; ovvero vi fu una sosta dei mezzi e a noi, seduti al posto, ci vennero forniti sacchetti azzurri contenenti il cibo del pranzo, ai quali poi, ordinatamente addetti al personale nostro provvidero ad aggiungere mezzo litro d'acqua in bottiglietta plastificata. I medesimi continuavano a ripetere che, a fine pasto, dovevamo conservare sacchetto e bottiglia fino a destinazione.
Questi sopravvenne, già nel tardo pomeriggio, scendemmo e a flotte di quaranta fummo radunati in drappello e ci fu data l'attesa comunicazione del nostro impiego: eravamo in provincia di Messina, dovevamo mettere in sesto un luogo simbolo del territorio in dissesto, ove la terra argillosa era eternamente in movimento franoso e le alture resilienti a causa dei movimenti sotterranei. Dovevamo risolvere un luogo simbolo, per dare l'idea della potenza di assesto e dominio dell'intera zona territoriale da parte dello stato, attraverso il successo dell'impiego della nuova forza lavoro quale unica soluzione possibile per il nostro reintegro e l'immagine solidale del popolo che ci accoglieva, trionfalmente e con senso di gioia e amicizia. Si trattava di una chiesa, la quale durante i movimenti longitudinali del terreno, si stava letteralmente aprendo in due come una mela. Il parroco, ci dissero che aveva abbandonato la sede e presiedeva il centro della nostra accoglienza ed il luogo di ristoro, in prefabbricati poco distanti dal centro storico, in luogo piuttosto sicuro dalle strane dinamiche geologiche. In pratica, dovevamo letteralmente sotterrare la chiesa entro una cinta quadrata, sulla quale poi avremmo dovuto erigere una piramide che avrebbe inglobato la volumetria del fabbricato religioso, anche se settecentesco d'origine. L'involucro sarebbe stato in blocchi squadrati di pietra locale, mentre l'interno doveva costituirsi con semplice interramento. In cima al solido regolare infine avremmo dovuto erigere una croce lapidea con un'anima metallica. Non ci dissero nulla sulle dimensioni metriche e sulla forma della croce, per noi doveva essere una croce e basta, senza chiarire motivazioni eventuali. Io immaginai subito una croce cristiana, ma poi non feci caso alla sua forma, poiché l'intera costruzione mi pareva assurda; avrebbe si fornito, tutto questo progetto, dell'impiego lavorativo alla necessità probabile di reintegro sociale della nostra condizione di profughi come manovali edili, effettivamente. Ci fornirono tutto il materiale ed attrezzature edili necessari, mentre alcuni operai qualificati ed in regola del luogo erano in grado di movimentare le macchine escavatrici. Il lavoro procedette, ovviamente non si trattava di contratti poiché a noi veniva offerto, dal parroco, vitto ed alloggio con tanto di servizi per l'igiene della nostra persona. A noi andava bene tutto ciò, non avevamo nulla da perdere ancora, semmai da guadagnare. In circa tre mesi completammo l'opera e fui proprio io, oltre altri due di supporto, ad essere incaricato quale l'addetto alla posa in opera finale della croce, forse perchè chi dirigeva il cantiere aveva visto di buon grado la mia voglia di lavorare, rispetto agli altri. L'idea di questa ultima manovra esemplare non mi diede un senso di soddisfazione, ma neppure sconforto: era comunque un gesto, crudo e definitivo, secco e decisivo, per sancire l'inizio e la fine del nostro impiego; ovvero valeva per chi ci comandava poiché ci accoglieva, questo bastava. Io ero semplicemente l'essere immanente di ciò che dal nulla, diventa, è un giungere a punto di una questione, la questione della nostra condizione, mia e al tempo stesso di tutti, senza ripensamenti e riflessioni. Dovevamo essere, per la gente del posto, la vera forza d'avanguardia della società. Attraverso quella soluzione definitiva della struttura edilizia risolutiva, la purezza d'immagine dell'efficace ripristino dei sopravvissuti venuti dall'estero, da un mondo ostile, nutriva lo splendore del mondo pacifico accogliente, che poteva celebrare la vittoria della civiltà rispetto all'oppressione dei fuggitivi da parte dalle nazioni ostili e terribili. L'erezione della croce doveva essere effettuata all'indomani, ovvero la domenica, mentre il parroco avrebbe celebrato una messa poco dopo, in nostro onore. Attualmente potevamo goderci un giorno di riposo completo, mentre dopo il pranzo vennero annunciati i prossimi lavori ai quali dovevamo essere impiegati.
La mattina giunse ed io, assieme a due aiutanti, trafissi la cima collocando quell'incrocio tra due segni, con un gesto piuttosto rapido e deciso, collocai l'innesto di due aste, il simbolo più antico del mondo della risoluzione conflittuale.Proprio così, due segni, uno contro l'altro, l'estrema sintesi dei linguaggi, di tutti i linguaggi comunicare, anche il nulla, ovvero quello che potevamo fare noi nella nostra condizione; l'atmosfera rarefatta dell'altura, la calura secca, lo sforzo immediato e tenace ma breve delle mie braccia all'opera, trafitte da una lieve brezza di vento, molto più presente di me in quella posizione. Scendere subito, prepararsi alla ripartenza, senza elogi, senza partecipare alle commemorazioni cittadine. L'indomani eravamo già sullo stretto e ci imbarcarono in dei cargo merci nella stiva a cielo aperto: un giorno intero stipati li dentro, in compagnia di un cielo azzurro quanto lo era stato quello del mondo prima di Colombo. Sbarcammo in puglia e poi subito, via sui pullmann per la destinazione, ancora non comunicata. Un'altra giornata, il viaggio notturno ci fece perdere la cognizione di luce e notte; a mattina, in un luogo imprecisato, ci dissero solo che tutta l'attrezzatura, vitto ed alloggio erano già pronti per noi. Il lavoro, quello sicuro, era nuovamente di erigere un'altra piramide come la prima per le modalità costruttive. Si trattava di un capannone industriale dismesso e chiuso su tutti i fronti, anche le finestre erano blindate, anche se malamente. L'enorme blocco cubico, stagnante nella ruggine delle lamiere di riporto nelle aperture, era maggiore di dimensioni rispetto alla chiesa. Ma, dato che non presentava sporgenze e spioventi, ci dissero allora che era più agevole da realizzare: si trattava di un deposito di scorie industriali, diossina o materiale radioattivo, quello nno importava, importava il nostro impegno procace nella chiusura muraria. Da li a poco infatti, quando avevamo già gli attezzi in mano, senza tanti dispositivi di protezione come le scarpe antinfortunistiche, ci giunse l'elegio pubblicamente emesso dal sindaco, il quale inneggiava al mitico intervento della provvidenza dei migranti, i soli capaci di sovvertire un'ordine impervio da parte dello stato a fronte della risoluzione del problema dell'eliminazione dei rifiuti delle vecchie industrie, in un'epoca dirette dallo stato medesimo. A noi non importava nulla in ogni caso ed affrontamo il lavoro secco e duro come la nostra condizione di rifugiati senza diritto e senza patria definibile. La cosa che mi stupì però fu che, a fine opera, si provvise ad erigere nuovamente una croce sulla cima; non importava se cristiana, ma pur sempre una croce e fui scelto sempre io tra gli addetti. Allora mi dissi che si, era vero, indicava proprio la brutale e grezza soluzione finale di un problema, il diretto segno ad incrocio tra due aste tese e mute. Così fu. Poi solita mezza giornata di pausa nelle baracche stagne e piene d'afa, nauseanti già verso il fine pomeriggio.
L'indomani ripartenza, altra destinazione sempre in puglia, altro edificio statale dismesso da blindare con la solita piramide lapidea, stavolta un depuratore mai entrato in funzione; e sulla sommità sempre io a deporre la solita croce anonima, ma pur sempre una croce. Verso il fine settimana ormai, ultimata la terza meraviglia egizia, ci preparammo ad un viaggio più lungo per la prossima destinazione: l'abruzzo, e ci fu detta la destinazione, L'Aquila. Dissero che il nostro sforzo era lungo ed arduo, ma che solo noi eravamo in grado di mantenere un impegno così arduo ed importante, quello di ricoprire l'intero centro strorico sottoposto a zona rossa, con l'ennesima monolitica e imponente più che mai, immensa piramide. In quell'occasione non si presentò nessuna personalità importante del luogo, sindaco o membri delle giunte, poiché la nostra impresa doveva essere d'esempio a sorpresa per l'intera nazione.
Io, piuttosto preso da un senso di sgomento primario, a proposito dell'opera monolitica, chiesi ad un addetto al soccorso se anche questa piramide doveva portare una croce sulla sommità, come le alte eseguite da noi rifugiati. Mi rispose di si e che sarebbe stata alta almeno quattro metri, ma questa volta era una croce cristiana, ma che il materiale non era specificato.



Nessun commento:

Posta un commento