VISIONI
NOTTURNE
La
notte si spegneva, così come lasciava presagire il chiarore della
sera nella via del centro illuminata: a parte i lampioni e le
insegne, era proprio il chiarore del cielo invernale che rifrangeva
verso i nostri occhi la luce respinta dalle nubi addossate al suolo,
così come il presagio della neve era imminente, nel suo riflesso
aranciato e pesante, ma che racchiudeva l'orizzonte entro i palazzi
della grande strada pedonale in una rasserenante ampolla iridescente
del paesaggio urbano. Così era anche il passo affannato e pesante
che mi accompagnava il freddo, che da questo piccolo mondo socchiuso
era l'elisir, emanato per avvolgere ogni visuale e che invitava a
mangiare l'aria fresca e densa della sua presenza. La luce di quel
cielo era talmente uniforme che la prospettiva in lontananza pareva
più vicina, tutto era dominato da quella luce pesante di freddo e
incantata dall'incessante metafisica del presagio della neve
addossata a quella cupola del cielo, che poteva di certo dominare
ogni nostra funzione apparente, pronta a scendere. Pensai di recarmi
al caffè, l'amaro sapore del caldo avrebbe alleviato la tristezza
appassionata dei brividi che già si avvicinavano sotto gli indumenti
pesanti e inumiditi. Era veramente piacevole, pochi sorsi per
scoprire il senso del calore e farlo avvicinare; quel poco che
bastava per riprendere di nuovo il cammino.
Nonostante
l'affanno, procedevo spedito per recarmi, come di consueto, alla
messa delle sei pomeridiane, non badando neppure al fatto di poter
essere in ritardo; la puntualità era secondaria al mio senso di fede
e raccoglimento, un ritrovo assorto alla contemplazione, tra parole
fatte di sintagmi e silenzi corali, la mia mente riposava
nell'intimità del pensiero. Mi sedetti accettando la quiete e la
postura della devozione: il fatto che mi recassi a messa puntualmente
era in realtà dovuto ad un desiderio di potermi rilassare tra la
mente ed il corpo, sapendo che l'unico inquilino del pensiero era
immensamente grande e magniloquente, quindi potevo esser certo di
rinfrancarmi i pensieri lasciandoli liberi di autoconvincersi della
loro immensità di un dialogo verso l'irraggiungibile, quindi anche
rilassante; forse anche più piacevoli del dormiveglia prima del
sonno. Una ragione materiale della mente era l'unico peccato bianco
al quale, pensavo, almeno il Signore avrebbe accolto e tollerato: si,
era l'unico modo possibile di essere liberi e allo stesso tempo
socialmente partecipi, era un momento di fede e basta anche quello.
Non che non fossi credente, ma interloquire disinteressatamente con
la presenza delle santità, simboleggiate dalle statue e dai quadri
religiosi, era egualmente un buon segno di partecipazione, anche alla
messa. Anonimo credente nell'insieme dei fedeli consapevoli di una
conoscenza superiore, ecco una sicurezza, ecco il rilassamento
mistico che ricevevo in cambio.
In
particolare, risultavo attratto più o meno consapevolmente da un
trittico dipinto; per il fatto che quando mi sedevo mi posizionavo
sempre in presenza, o quasi in compagnia, dei tre santi raffigurati
che, con il loro sguardo austero ma malinconico, pareva mi
invitassero dall'aurea celestiale della loro espressività attraverso
il loro volto, che realmente generava nell'immagine delle fattezze
umane, un sentimento di magnanimità e misericordia al di là della
presenza terrena. Forse perchè invece ero io che provavo una sorta
di pietà nei loro confronti, nella loro immagine di santi e persone
consapevoli solo della comprensione della sofferenza, tendevo a
sedermi lor vicino per osservare ogni tanto la loro postura e
costume, oltre alla serenità che l'evanescenza celestiale scaturiva
dall'umiltà complessiva della loro personalità raffigurata, sicura
e sincera, semplice.
Il
primo a sinistra era S. Giuliano, nei panni del legionario romano, il
seguente S. Francesco d'Assisi, il terzo S. Gaudenzio il vescovo.
Dipinti a figura intera e entrambi composti nell'isolatezza della
scena, separati da una cornice lignea che fungeva da colonnina di una
trifora d'insieme che li conteneva.
In
realtà loro mi assicuravano la compagnia, poiché la solitudine, se
accompagnata dalle immagini, mi risultava vinta in partenza; non
piaceva neppure a me sentirmi solo, credevo innanzi al tempio di non
sentirmi solo e la sola presenza di chi non avrebbe mai potuto o
voluto importunarmi era lecita dalla bontà dei santi: almeno loro,
almeno loro, sapevo che mi concedevano questo bisogno di ritrovo e
d'attesa contemplativa del riposo confortante e leggero nel silenzio
dolce. L'incenso era squisito, esotico e, lontano dal tempo,
nell'oscurità calda della chiesa, accompagnava attraverso lo sguardo
sospeso nella fissità del corpo verso l'idea stessa dei mondi
ultraterreni, di certo possibili in questa atmosfera di presagio
raccolto. Tutto ciò mi capitava e coglieva in questi momenti di
ingresso e sosta nel tempio. A volte sostavo poco, a volte quasi una
mezzora; a volte mi intrattenevo nelle funzioni e nella messa, che
non seguivo e quasi non ascoltavo, tutto preso dal mio egoismo
interiore che era realmente però quanto avrei potuto chiedere
d'aiuto in quel luogo sacro e che, in ogni caso, pretendevo dentro di
me. Se rimanevo assopito era poiché riposavo anche le membra, se
rimanevo assorto a lungo una stanchezza leggera prendeva il
sopravvento e mi rendeva piuttosto afatico, mi accontentavo della
contemplazione sensoriale e della sicurezza dei miei semplici
pensieri fissi riguardo al luogo ed al mio senso di fede, come di
rifugio forse dello spirito, ma sicuramente della mia mente che
poteva spegnersi senza i bisogni umani comuni; primo tra tutti, il
sonno e le sue possibili conseguenze circostanziali. Non so neppur io
effettivamente poiché avevo bisogno per riposarmi, di recare proprio
in chiesa; ma per automatismo, la cosa giusta era solo quella,
credevo: poi pensavo quel poco, in quel luogo, sempre alle stesse
poche cose, chissà. Anche il mio animo, dal momento che ero
consapevole che era una delle poche volte che veniva chiamato in
causa, si comportava allo stesso modo? O era solo per contrastare
l'ansia della solitudine, vero male al quale ero sottoposto,
giornalmente, quasi fosse un piccolo incubo a ciel sereno in maniera
imperturbabile e mi avvinghiava nel suo non mondo, fatto di attesa
iniqua, anche se mai oppressiva e contrastante le mie azioni. Il mio
tempo libero infatti, finiva li, il tempo delle mie uscite
ultimamente era segregato solo a quello, passeggiata caffe chiesa; e
non riuscivo a rinfrancarmi in qualche conoscenza, in qualche
discussione che potesse credere in sicure amicizie. Ormai non
possedevo neppur la certezza che qualcuno potesse considerarmi ed i
pochi amici, coi quali potevo uscire ed ero uscito assieme, li
consideravo persi e delle semplici piante che se non le annaffi non
rifioriscono, non ti riconsiderano nel calore della luce con i bei
colori.
Dopo
il mio lasso di tempo di questa pausa pubblica uscivo e mi apprestavo
al ritorno a casa, tanto che la sera era imminente come l'ora della
cena da preparare. Non ero sposato, questo il mio dramma concreto e
pesantemente dedicato a coinvolgere e condizionare la mia vita e le
mie relazioni sociali. Ero solo e mi accontentavo così,
passivamente. Andai poi a letto, dopo una lettura spezzata di un bel
libro la cui trama non mi avrebbe mai pienamente coinvolto, poiché
leggevo per conciliare il sonno, un sonno che era ben cosciente che
non avrebbe mai potuto essere di compagnia in un letto. L'unica
riflessione che feci era di natura critica: mi chiesi poiché gli
scrittori si rivolgevano alla qualità dei lettori: perchè si scrive
per gli anarchici, i socialisti, i conservatori, gli atei, i
religiosi, ovvero poiché si scrive in virtù del compiacimento della
passione di un genere predisposto. Perchè gli scrittori non scrivono
con animo aperto esprimendo le emozioni e le sensazioni, almeno nei
romanzi, come ad esempio Ivo Andric', senza badare alle distinzioni
di classe del pubblico? La questione mi rattristava, un'emozione a me
poco sconosciuta, vista la mia condizione. Sapevo di dormire solo,
senza il tepore e gli aliti del mio sesso opposto, semplicemente solo
con le trame monotone, infinite del tessuto pacato delle lenzuola. La
stenchezza era forte e mi addormentai subito questa volta.
Il
trasalire inesorabile del vortice del sonno nella mia stasi mi
condusse al limbo del sogno, a quel luogo di tramite ove le immagini
ritornano, in una realtà parallela; questa volta era uno vero per
l'inconscio. Un piazzale di lastricato in pietra grigia, così come
le statue di una fontana centrale ove dalla vasca di mezzo,
circolare, emergeva un altrettanto podio circolare. L'aria tersa,
cerulea e il paesaggio circostante era indefinito, avvolto da una
nebbia pesante ma calda, ove non si percepiva il freddo, come un'oasi
eccelsa tra i menadri delle tragicità climatiche dell'inverno.
Sostavo appresso alla fontana, dalle acque dolcemente emersero due
figure, noncuranti della fisicità delle acque: una, maschile, con la
carnagione ed i vestiti color indaco; l'altra femminile, le cui tinte
per abito e pelle erano cremisi. Entrambi portavano una camicia
sbottonata, lui i pantaloni, lei una dolce gonna a ruota.
Cominciarono a ballare in un silenzio irreale, i loro movimenti
parevano esser noncuranti di ogni sorta di sforzo fisico; la loro
leggerezza era paragonabile ai gioiosi giochi d'acqua della fontana.
Anzi, sotto la luce, i loro corpi assumevano una inconsistenza quasi
trasparente e vitrea, senza consentire la visione di ciò che gli
stava dietro, dato che era la luce stessa che si rifletteva vibrante
dalle loro membra in movimento. La cadenza del ballo era piacevole ed
armonica, l'espressione dei loro volti era pacata; roteavano attorno
a me senza toccarmi, io mi voltavo a guardarli e loro sfuggivano
ancora nelle sinusoidi avvolgenti delle movenze, seguitanti una
musica che non coglievo, sapevo che era presente come suono, ma
impercettibile al mio udito ed alla critica emotiva del mio
intelletto. Immobilizzato e potenzialmente impotente di alcun slancio
che non fosse il loro nella danza, rimasi a guardarli, ma la visione
si accompagnava ad un senso di rilassamento sensiale e piacevole, in
un sonno ad ochi aperti mai sofferto nel corpo. Ad un certo punto
capii infatti che la stanchezza pareva sfanire al sol loro sguardo,
il loro balletto etereo era un elisie capace di rendermi immune da
ogni senso di sforzo, sia nella percezione, sia nella tensione
effettiva dei muscoli. Loro erano il cielo che era sceso a
felicitarsi della mia esistenza, un omaggio divino alla mia presenza,
ero il centro dell'attenzione del luogo pubblico ovvero il monumento
vivente effettivo al quale la piazza stessa omaggiava la personalità
esemplare.
Come
erano belli nella dinamica del loro colore così pieno di passione e
d'animo della loro essenza umana. Loro, silenziosi e dal sorriso
delicato e lievemente patetico, continuavano il vortice della danza e
armonicamente procedevano verso gli zampilli d'acqua, sino alla fonte
dell'effluvio, entro la quale si immersero, inconsistenti ed eterei;
i loro colori assoluti si stemperavano nelle variazioni della tinta,
quasi fossero loro la reale sorgente fluida, quasi che le loro carni
fossero il filtro cromatico che non svaniva, ma si espandeva. Le due
tinte, unite assieme dai corpi, non si mescolavano e d'un tratto
avvenne che esse si espansero in modo che l'indaco avvolse tutto il
paesaggio terreno, mentre il cremisi si occupò di espandersi in
tutto il cielo: ovviamente ciascuno in indefinibili variazioni
chiaroscurali nella modulazione della loro tinta. Bellissimo, questo
paesaggio perdurò per alcuni secondi, giusto il tempo di farsi
apprezzare dalla percezione in vista, ma subito dopo tutto svanì ed
il sogno si interruppe in un requiem bigio ed assente; sino al mio
risveglio.
Vivevo
solo, da tempo; ero in pensione da poco e i soldi bisognava certo
farli bastare per il mantenimento e le spese, come si sa, lo stato
non sorride a chi ha lavorato realmente per una vita, come un tempo
lo furono i braccianti, ero stato un artigiano. Penso di non
aggiungere altro, quelli che facevano il mio mestiere oggi ancora
neppur sapevano se la gentile concessione statale fosse mai arrivata,
a tempo e debito di anzianità stabilita per legge. Stare solo era
pesante, in un alloggio sempre freddo e monotono, ove il silenzio è
l'unico decoro di una vita spenta dalla presenza di un sol essere.
Per il resto, ero solo un cumulo di tasse, spese condominiali,
affitto, spesa al discount. Sostavo ancora a letto ed il tepore dava
un senso agli occhi appannati tale che tutta l'atmosfera del mio
essenziale domicilio di giallo ocra alla penombra, delle persiane
ancora chiuse, nonostante gli sprazi di luce diurna tentavano di
prevalere all'oscurità; era mattina presto e dopo questa pausa
rafferma infine mi alzai, vestii e preparai per il nuovo giorno. Oggi
era domenica. Un sole pallido imputridiva il paesaggio spento
dell'inverno, sottolineando solo il freddo che come un corvo era
pronto ad assalire le spighe di grano in un campo. La brina infatti
sottolineava questa vacua illusione di cielo sereno e paesaggio
amenico, l'inverno non offre mai soddisfazioni di serenità
climatica. Una leggera bruma inoltre si levava dagli spazi verdi, dai
prati tra gli alberi steliformi, levitando senza dar mai l'idea di
dissolversi. Che fare oggi, la solita messa, la solita visita alla
chiesa? Sicuramente una sosta nel tardo pomeriggio, anche se prima
avevo ancora la tentazione di trovar compagnia serena ed
appassionante. Non avevo molti amicizie, i più erano appunto sposati
coi loro problemi e i rimasti al mio stato era certo meglio perderli
che trovarli; pensando a questi infatti mi resi conto che erano molto
schivi e bislacchi ed era difficile andare notmalmente d'accordo:
tutti pieni di remore e pregiudizi, delle vite assurde e delle
personalità egoiste ed insopportabili. Forse ero anche io così?
Lasciai perdere queste riflessioni noiose, troppo noiose per
agevolare i miei sprazzi divita sociale e le mie uscite di casa,
denaro permettendo. Il più delle volte andavo al cinema come
divertimento oppure rivedevo una mia dolce e care amica, troppo
legata all'opportunismo di chi non aveva pensato a tempo debito di
metter su famiglia. Bene, ora giunsi in piazza a leggere il giornale
e commentare, tra le persone del momento al bar, le vicende politiche
quotidiane. L'ora del pranzo passò e con esso il pasto, questa volta
a me concesso in pizzeria. Il pomeriggio volò e furono nuovamente
quasi le sei pomeridiane e mi ritrovai nel corso pedonale a
passeggio, solo, in direzione della chiesa, quella che frequentavo
abitualmente.
Entrai,
ma inaspettatamente non trovai persona alcuna, almeno per il momento,
pensai che fossero giunti dopo all'inizio della messa, mezz'ora più
tardi. Era quello che desideravo di più, possedere la presenza in
chiesa, come se fosse un avvenimento mondano, fosse anche sacrale, in
onore della mia presenza; un'occasione per una riflessione su me
stesso, se davvero da laico potevo essere indipendente dalla fede,
oppure l'indissolubile legame dello status e dell'animo avrebbero
fatto comparsa, a cospetto della mia esistenza. Poi le luci, calde e
padrone del buio delle ombre, isolavano ancor più me stesso
dall'esterno e al tempo stesso esaltavano la presenza: potevo ancora
riflettere e sfogare lo stato emozionale, quello della mia incessante
solitudine e pedante necessità del vivere quotidiano. La solitudine
aggravava tutto, tutte le facoltosità delle attività necessarie ed
obbligate del mio mantenimento; ma erano anni che procedevo così e
il mio isolamento poco impertinente dalla società prometteva la fine
della mia vita senza che qualcuno potesse ricordarmi, in futuro,
occasione unica del fatto che solo mettendo su famiglia avrei potuto
avere un senso al tutto il mio da fare. Ero solo, e solo ed inutile
era il mio cammino, tutte le mie azioni mi parevano inutili e senza
finalità. Il temperamento logico della mia personalità dominava
ancora bassi istinti verso la depressione e forse solo la mia
tendenza malinconica ad estraniarmi in una chiesa desolata, si
rivelava la necessità più opportuna, anche se l'orizzonte che
forniva era verso l' al di là, necessariamente qualora fosse
esistito o esistesse, poiché era la mia anima stessa a rivendicarlo
come possesso motivato.
Mi
sedetti e casualmente notai che ero in prossimità dello stesso
trittico di figure di santi isolate ai quali avevo dato attenzione in
occasioni precedenti; guardai di nuovo i loro volti, i loro abiti e
le espressioni. Mi soffermai sul saio di S. Francesco, miserevole e
semplice nel suo pallore acceso dal caldo colore marrone, le cui
ombreggiature al bistro erano proprio quelle che le luci nell'ombra
avvolgevano tutte le parti nella chiesa, che avvolgevano anche me.
Chinai la testa per devozione, rispetto loro, mentre la solitudine
dell'ambiente anch'essa mi inghiottiva nell'immobilità perentoria
della mia presenza. Potevo essere un essere inutile ormai solo, quasi
abbandonato dalle funzioni della persone; la mia personalità aveva
senso, oppure un oscuro istinti di lotta cinica mi evitava,
simultaneamente, ogni volta in cui provavo a rendermi consapevole,
partecipe delle mie azion ed attività ancora plausibili per gli
uomini d'oggi? Ma così solo, a che servivo, mi domandai; a che cosa
dovevo il peso delle mie membra che improvvisamente sentii prevalere
sulle mie movenze, se di movenze ancora potevo essere consapevole che
avessero anch'esse un senso. Stanco, dovevo essere stanco, stanco di
cosa, stanco di rispettare la mia presenza tra gli altri esseri della
mia specie: l'inutilità mi soffocava quel poco di personalità
accesa che potesi ancora possedere per sentirmi partecipe del mio
ruolo, ruolo che ormai era parassitario, mi dicevo, inutile ed
impertinente agli occhi di chi realmente importava agli altri, di chi
contava per una parte attiva, per un copione da primo attore, nel
mondo. Ma si, gli arti li sentivo sempre più indolenziti, finchè la
spossatezza mi indusse asentirli rigidi, autonomi ripsetto ad un
corpo, inteso come unitò d'insieme, del quale non possedevo più le
redini; ero un colpo di vento in mezzo alla moltitudine delle foglie
che, pesanti ed enormi, mi scuotevano e sbattevano in qualsiasi
direzione senza uno scopo, in balia dell'urto e della dinamica del
caos. Il cuore mi pareva al cervello, ed il cervello nel cuore; i
miei pensieri, di colpo, si annebbiarono colti da una tensione
rapida, espansiva e colma della mia morale che anch'essa pareva
abbandonarmi, andarsene dal mio corpo, dalla mia importanza come
uomo, come individuo. Intimamente ancora riuscii ad accasciarmi sul
leggio del banco, molto lentamente mi adagiai in una posizione
prossima, perenne ed imperturbabile. Senza senso, mantenni quella
posizione senza più poter essere in grado di riprenderne un'altra.
Finalmente
appartenevo a quella chiesa, a quei santi e a quel popolo d'anime che
armoniosamente, in eterno continuano a ridare una luce che non è del
sole, dell'incanto o dei chiarori della nebbia voluta dai lumi o dal
calore; ma l'aura immobile del vortice celeste che avvolge tutto
l'orizzonte possibile, entro una cavità che è del cielo ma è
consapevole, in terra, della grandezza della sua gioia confortante.
Marcello
Della Valle, 2014.
Nessun commento:
Posta un commento