domenica 12 aprile 2015

RACCONTO BREVE. VISIONI NOTTURNE, 2014.





VISIONI NOTTURNE



La notte si spegneva, così come lasciava presagire il chiarore della sera nella via del centro illuminata: a parte i lampioni e le insegne, era proprio il chiarore del cielo invernale che rifrangeva verso i nostri occhi la luce respinta dalle nubi addossate al suolo, così come il presagio della neve era imminente, nel suo riflesso aranciato e pesante, ma che racchiudeva l'orizzonte entro i palazzi della grande strada pedonale in una rasserenante ampolla iridescente del paesaggio urbano. Così era anche il passo affannato e pesante che mi accompagnava il freddo, che da questo piccolo mondo socchiuso era l'elisir, emanato per avvolgere ogni visuale e che invitava a mangiare l'aria fresca e densa della sua presenza. La luce di quel cielo era talmente uniforme che la prospettiva in lontananza pareva più vicina, tutto era dominato da quella luce pesante di freddo e incantata dall'incessante metafisica del presagio della neve addossata a quella cupola del cielo, che poteva di certo dominare ogni nostra funzione apparente, pronta a scendere. Pensai di recarmi al caffè, l'amaro sapore del caldo avrebbe alleviato la tristezza appassionata dei brividi che già si avvicinavano sotto gli indumenti pesanti e inumiditi. Era veramente piacevole, pochi sorsi per scoprire il senso del calore e farlo avvicinare; quel poco che bastava per riprendere di nuovo il cammino.
Nonostante l'affanno, procedevo spedito per recarmi, come di consueto, alla messa delle sei pomeridiane, non badando neppure al fatto di poter essere in ritardo; la puntualità era secondaria al mio senso di fede e raccoglimento, un ritrovo assorto alla contemplazione, tra parole fatte di sintagmi e silenzi corali, la mia mente riposava nell'intimità del pensiero. Mi sedetti accettando la quiete e la postura della devozione: il fatto che mi recassi a messa puntualmente era in realtà dovuto ad un desiderio di potermi rilassare tra la mente ed il corpo, sapendo che l'unico inquilino del pensiero era immensamente grande e magniloquente, quindi potevo esser certo di rinfrancarmi i pensieri lasciandoli liberi di autoconvincersi della loro immensità di un dialogo verso l'irraggiungibile, quindi anche rilassante; forse anche più piacevoli del dormiveglia prima del sonno. Una ragione materiale della mente era l'unico peccato bianco al quale, pensavo, almeno il Signore avrebbe accolto e tollerato: si, era l'unico modo possibile di essere liberi e allo stesso tempo socialmente partecipi, era un momento di fede e basta anche quello. Non che non fossi credente, ma interloquire disinteressatamente con la presenza delle santità, simboleggiate dalle statue e dai quadri religiosi, era egualmente un buon segno di partecipazione, anche alla messa. Anonimo credente nell'insieme dei fedeli consapevoli di una conoscenza superiore, ecco una sicurezza, ecco il rilassamento mistico che ricevevo in cambio.
In particolare, risultavo attratto più o meno consapevolmente da un trittico dipinto; per il fatto che quando mi sedevo mi posizionavo sempre in presenza, o quasi in compagnia, dei tre santi raffigurati che, con il loro sguardo austero ma malinconico, pareva mi invitassero dall'aurea celestiale della loro espressività attraverso il loro volto, che realmente generava nell'immagine delle fattezze umane, un sentimento di magnanimità e misericordia al di là della presenza terrena. Forse perchè invece ero io che provavo una sorta di pietà nei loro confronti, nella loro immagine di santi e persone consapevoli solo della comprensione della sofferenza, tendevo a sedermi lor vicino per osservare ogni tanto la loro postura e costume, oltre alla serenità che l'evanescenza celestiale scaturiva dall'umiltà complessiva della loro personalità raffigurata, sicura e sincera, semplice.
Il primo a sinistra era S. Giuliano, nei panni del legionario romano, il seguente S. Francesco d'Assisi, il terzo S. Gaudenzio il vescovo. Dipinti a figura intera e entrambi composti nell'isolatezza della scena, separati da una cornice lignea che fungeva da colonnina di una trifora d'insieme che li conteneva.
In realtà loro mi assicuravano la compagnia, poiché la solitudine, se accompagnata dalle immagini, mi risultava vinta in partenza; non piaceva neppure a me sentirmi solo, credevo innanzi al tempio di non sentirmi solo e la sola presenza di chi non avrebbe mai potuto o voluto importunarmi era lecita dalla bontà dei santi: almeno loro, almeno loro, sapevo che mi concedevano questo bisogno di ritrovo e d'attesa contemplativa del riposo confortante e leggero nel silenzio dolce. L'incenso era squisito, esotico e, lontano dal tempo, nell'oscurità calda della chiesa, accompagnava attraverso lo sguardo sospeso nella fissità del corpo verso l'idea stessa dei mondi ultraterreni, di certo possibili in questa atmosfera di presagio raccolto. Tutto ciò mi capitava e coglieva in questi momenti di ingresso e sosta nel tempio. A volte sostavo poco, a volte quasi una mezzora; a volte mi intrattenevo nelle funzioni e nella messa, che non seguivo e quasi non ascoltavo, tutto preso dal mio egoismo interiore che era realmente però quanto avrei potuto chiedere d'aiuto in quel luogo sacro e che, in ogni caso, pretendevo dentro di me. Se rimanevo assopito era poiché riposavo anche le membra, se rimanevo assorto a lungo una stanchezza leggera prendeva il sopravvento e mi rendeva piuttosto afatico, mi accontentavo della contemplazione sensoriale e della sicurezza dei miei semplici pensieri fissi riguardo al luogo ed al mio senso di fede, come di rifugio forse dello spirito, ma sicuramente della mia mente che poteva spegnersi senza i bisogni umani comuni; primo tra tutti, il sonno e le sue possibili conseguenze circostanziali. Non so neppur io effettivamente poiché avevo bisogno per riposarmi, di recare proprio in chiesa; ma per automatismo, la cosa giusta era solo quella, credevo: poi pensavo quel poco, in quel luogo, sempre alle stesse poche cose, chissà. Anche il mio animo, dal momento che ero consapevole che era una delle poche volte che veniva chiamato in causa, si comportava allo stesso modo? O era solo per contrastare l'ansia della solitudine, vero male al quale ero sottoposto, giornalmente, quasi fosse un piccolo incubo a ciel sereno in maniera imperturbabile e mi avvinghiava nel suo non mondo, fatto di attesa iniqua, anche se mai oppressiva e contrastante le mie azioni. Il mio tempo libero infatti, finiva li, il tempo delle mie uscite ultimamente era segregato solo a quello, passeggiata caffe chiesa; e non riuscivo a rinfrancarmi in qualche conoscenza, in qualche discussione che potesse credere in sicure amicizie. Ormai non possedevo neppur la certezza che qualcuno potesse considerarmi ed i pochi amici, coi quali potevo uscire ed ero uscito assieme, li consideravo persi e delle semplici piante che se non le annaffi non rifioriscono, non ti riconsiderano nel calore della luce con i bei colori.
Dopo il mio lasso di tempo di questa pausa pubblica uscivo e mi apprestavo al ritorno a casa, tanto che la sera era imminente come l'ora della cena da preparare. Non ero sposato, questo il mio dramma concreto e pesantemente dedicato a coinvolgere e condizionare la mia vita e le mie relazioni sociali. Ero solo e mi accontentavo così, passivamente. Andai poi a letto, dopo una lettura spezzata di un bel libro la cui trama non mi avrebbe mai pienamente coinvolto, poiché leggevo per conciliare il sonno, un sonno che era ben cosciente che non avrebbe mai potuto essere di compagnia in un letto. L'unica riflessione che feci era di natura critica: mi chiesi poiché gli scrittori si rivolgevano alla qualità dei lettori: perchè si scrive per gli anarchici, i socialisti, i conservatori, gli atei, i religiosi, ovvero poiché si scrive in virtù del compiacimento della passione di un genere predisposto. Perchè gli scrittori non scrivono con animo aperto esprimendo le emozioni e le sensazioni, almeno nei romanzi, come ad esempio Ivo Andric', senza badare alle distinzioni di classe del pubblico? La questione mi rattristava, un'emozione a me poco sconosciuta, vista la mia condizione. Sapevo di dormire solo, senza il tepore e gli aliti del mio sesso opposto, semplicemente solo con le trame monotone, infinite del tessuto pacato delle lenzuola. La stenchezza era forte e mi addormentai subito questa volta.
Il trasalire inesorabile del vortice del sonno nella mia stasi mi condusse al limbo del sogno, a quel luogo di tramite ove le immagini ritornano, in una realtà parallela; questa volta era uno vero per l'inconscio. Un piazzale di lastricato in pietra grigia, così come le statue di una fontana centrale ove dalla vasca di mezzo, circolare, emergeva un altrettanto podio circolare. L'aria tersa, cerulea e il paesaggio circostante era indefinito, avvolto da una nebbia pesante ma calda, ove non si percepiva il freddo, come un'oasi eccelsa tra i menadri delle tragicità climatiche dell'inverno. Sostavo appresso alla fontana, dalle acque dolcemente emersero due figure, noncuranti della fisicità delle acque: una, maschile, con la carnagione ed i vestiti color indaco; l'altra femminile, le cui tinte per abito e pelle erano cremisi. Entrambi portavano una camicia sbottonata, lui i pantaloni, lei una dolce gonna a ruota. Cominciarono a ballare in un silenzio irreale, i loro movimenti parevano esser noncuranti di ogni sorta di sforzo fisico; la loro leggerezza era paragonabile ai gioiosi giochi d'acqua della fontana. Anzi, sotto la luce, i loro corpi assumevano una inconsistenza quasi trasparente e vitrea, senza consentire la visione di ciò che gli stava dietro, dato che era la luce stessa che si rifletteva vibrante dalle loro membra in movimento. La cadenza del ballo era piacevole ed armonica, l'espressione dei loro volti era pacata; roteavano attorno a me senza toccarmi, io mi voltavo a guardarli e loro sfuggivano ancora nelle sinusoidi avvolgenti delle movenze, seguitanti una musica che non coglievo, sapevo che era presente come suono, ma impercettibile al mio udito ed alla critica emotiva del mio intelletto. Immobilizzato e potenzialmente impotente di alcun slancio che non fosse il loro nella danza, rimasi a guardarli, ma la visione si accompagnava ad un senso di rilassamento sensiale e piacevole, in un sonno ad ochi aperti mai sofferto nel corpo. Ad un certo punto capii infatti che la stanchezza pareva sfanire al sol loro sguardo, il loro balletto etereo era un elisie capace di rendermi immune da ogni senso di sforzo, sia nella percezione, sia nella tensione effettiva dei muscoli. Loro erano il cielo che era sceso a felicitarsi della mia esistenza, un omaggio divino alla mia presenza, ero il centro dell'attenzione del luogo pubblico ovvero il monumento vivente effettivo al quale la piazza stessa omaggiava la personalità esemplare.
Come erano belli nella dinamica del loro colore così pieno di passione e d'animo della loro essenza umana. Loro, silenziosi e dal sorriso delicato e lievemente patetico, continuavano il vortice della danza e armonicamente procedevano verso gli zampilli d'acqua, sino alla fonte dell'effluvio, entro la quale si immersero, inconsistenti ed eterei; i loro colori assoluti si stemperavano nelle variazioni della tinta, quasi fossero loro la reale sorgente fluida, quasi che le loro carni fossero il filtro cromatico che non svaniva, ma si espandeva. Le due tinte, unite assieme dai corpi, non si mescolavano e d'un tratto avvenne che esse si espansero in modo che l'indaco avvolse tutto il paesaggio terreno, mentre il cremisi si occupò di espandersi in tutto il cielo: ovviamente ciascuno in indefinibili variazioni chiaroscurali nella modulazione della loro tinta. Bellissimo, questo paesaggio perdurò per alcuni secondi, giusto il tempo di farsi apprezzare dalla percezione in vista, ma subito dopo tutto svanì ed il sogno si interruppe in un requiem bigio ed assente; sino al mio risveglio.
Vivevo solo, da tempo; ero in pensione da poco e i soldi bisognava certo farli bastare per il mantenimento e le spese, come si sa, lo stato non sorride a chi ha lavorato realmente per una vita, come un tempo lo furono i braccianti, ero stato un artigiano. Penso di non aggiungere altro, quelli che facevano il mio mestiere oggi ancora neppur sapevano se la gentile concessione statale fosse mai arrivata, a tempo e debito di anzianità stabilita per legge. Stare solo era pesante, in un alloggio sempre freddo e monotono, ove il silenzio è l'unico decoro di una vita spenta dalla presenza di un sol essere. Per il resto, ero solo un cumulo di tasse, spese condominiali, affitto, spesa al discount. Sostavo ancora a letto ed il tepore dava un senso agli occhi appannati tale che tutta l'atmosfera del mio essenziale domicilio di giallo ocra alla penombra, delle persiane ancora chiuse, nonostante gli sprazi di luce diurna tentavano di prevalere all'oscurità; era mattina presto e dopo questa pausa rafferma infine mi alzai, vestii e preparai per il nuovo giorno. Oggi era domenica. Un sole pallido imputridiva il paesaggio spento dell'inverno, sottolineando solo il freddo che come un corvo era pronto ad assalire le spighe di grano in un campo. La brina infatti sottolineava questa vacua illusione di cielo sereno e paesaggio amenico, l'inverno non offre mai soddisfazioni di serenità climatica. Una leggera bruma inoltre si levava dagli spazi verdi, dai prati tra gli alberi steliformi, levitando senza dar mai l'idea di dissolversi. Che fare oggi, la solita messa, la solita visita alla chiesa? Sicuramente una sosta nel tardo pomeriggio, anche se prima avevo ancora la tentazione di trovar compagnia serena ed appassionante. Non avevo molti amicizie, i più erano appunto sposati coi loro problemi e i rimasti al mio stato era certo meglio perderli che trovarli; pensando a questi infatti mi resi conto che erano molto schivi e bislacchi ed era difficile andare notmalmente d'accordo: tutti pieni di remore e pregiudizi, delle vite assurde e delle personalità egoiste ed insopportabili. Forse ero anche io così? Lasciai perdere queste riflessioni noiose, troppo noiose per agevolare i miei sprazzi divita sociale e le mie uscite di casa, denaro permettendo. Il più delle volte andavo al cinema come divertimento oppure rivedevo una mia dolce e care amica, troppo legata all'opportunismo di chi non aveva pensato a tempo debito di metter su famiglia. Bene, ora giunsi in piazza a leggere il giornale e commentare, tra le persone del momento al bar, le vicende politiche quotidiane. L'ora del pranzo passò e con esso il pasto, questa volta a me concesso in pizzeria. Il pomeriggio volò e furono nuovamente quasi le sei pomeridiane e mi ritrovai nel corso pedonale a passeggio, solo, in direzione della chiesa, quella che frequentavo abitualmente.
Entrai, ma inaspettatamente non trovai persona alcuna, almeno per il momento, pensai che fossero giunti dopo all'inizio della messa, mezz'ora più tardi. Era quello che desideravo di più, possedere la presenza in chiesa, come se fosse un avvenimento mondano, fosse anche sacrale, in onore della mia presenza; un'occasione per una riflessione su me stesso, se davvero da laico potevo essere indipendente dalla fede, oppure l'indissolubile legame dello status e dell'animo avrebbero fatto comparsa, a cospetto della mia esistenza. Poi le luci, calde e padrone del buio delle ombre, isolavano ancor più me stesso dall'esterno e al tempo stesso esaltavano la presenza: potevo ancora riflettere e sfogare lo stato emozionale, quello della mia incessante solitudine e pedante necessità del vivere quotidiano. La solitudine aggravava tutto, tutte le facoltosità delle attività necessarie ed obbligate del mio mantenimento; ma erano anni che procedevo così e il mio isolamento poco impertinente dalla società prometteva la fine della mia vita senza che qualcuno potesse ricordarmi, in futuro, occasione unica del fatto che solo mettendo su famiglia avrei potuto avere un senso al tutto il mio da fare. Ero solo, e solo ed inutile era il mio cammino, tutte le mie azioni mi parevano inutili e senza finalità. Il temperamento logico della mia personalità dominava ancora bassi istinti verso la depressione e forse solo la mia tendenza malinconica ad estraniarmi in una chiesa desolata, si rivelava la necessità più opportuna, anche se l'orizzonte che forniva era verso l' al di là, necessariamente qualora fosse esistito o esistesse, poiché era la mia anima stessa a rivendicarlo come possesso motivato.
Mi sedetti e casualmente notai che ero in prossimità dello stesso trittico di figure di santi isolate ai quali avevo dato attenzione in occasioni precedenti; guardai di nuovo i loro volti, i loro abiti e le espressioni. Mi soffermai sul saio di S. Francesco, miserevole e semplice nel suo pallore acceso dal caldo colore marrone, le cui ombreggiature al bistro erano proprio quelle che le luci nell'ombra avvolgevano tutte le parti nella chiesa, che avvolgevano anche me. Chinai la testa per devozione, rispetto loro, mentre la solitudine dell'ambiente anch'essa mi inghiottiva nell'immobilità perentoria della mia presenza. Potevo essere un essere inutile ormai solo, quasi abbandonato dalle funzioni della persone; la mia personalità aveva senso, oppure un oscuro istinti di lotta cinica mi evitava, simultaneamente, ogni volta in cui provavo a rendermi consapevole, partecipe delle mie azion ed attività ancora plausibili per gli uomini d'oggi? Ma così solo, a che servivo, mi domandai; a che cosa dovevo il peso delle mie membra che improvvisamente sentii prevalere sulle mie movenze, se di movenze ancora potevo essere consapevole che avessero anch'esse un senso. Stanco, dovevo essere stanco, stanco di cosa, stanco di rispettare la mia presenza tra gli altri esseri della mia specie: l'inutilità mi soffocava quel poco di personalità accesa che potesi ancora possedere per sentirmi partecipe del mio ruolo, ruolo che ormai era parassitario, mi dicevo, inutile ed impertinente agli occhi di chi realmente importava agli altri, di chi contava per una parte attiva, per un copione da primo attore, nel mondo. Ma si, gli arti li sentivo sempre più indolenziti, finchè la spossatezza mi indusse asentirli rigidi, autonomi ripsetto ad un corpo, inteso come unitò d'insieme, del quale non possedevo più le redini; ero un colpo di vento in mezzo alla moltitudine delle foglie che, pesanti ed enormi, mi scuotevano e sbattevano in qualsiasi direzione senza uno scopo, in balia dell'urto e della dinamica del caos. Il cuore mi pareva al cervello, ed il cervello nel cuore; i miei pensieri, di colpo, si annebbiarono colti da una tensione rapida, espansiva e colma della mia morale che anch'essa pareva abbandonarmi, andarsene dal mio corpo, dalla mia importanza come uomo, come individuo. Intimamente ancora riuscii ad accasciarmi sul leggio del banco, molto lentamente mi adagiai in una posizione prossima, perenne ed imperturbabile. Senza senso, mantenni quella posizione senza più poter essere in grado di riprenderne un'altra.
Finalmente appartenevo a quella chiesa, a quei santi e a quel popolo d'anime che armoniosamente, in eterno continuano a ridare una luce che non è del sole, dell'incanto o dei chiarori della nebbia voluta dai lumi o dal calore; ma l'aura immobile del vortice celeste che avvolge tutto l'orizzonte possibile, entro una cavità che è del cielo ma è consapevole, in terra, della grandezza della sua gioia confortante.



Marcello Della Valle, 2014.
















Nessun commento:

Posta un commento